Tutti gli articoli di Andrea Barra

Sono stato iniziato alla pratica dello yoga all'eta' di dieci anni, da allora e' sempre stato uno dei miei interessi principali , dal 2005 ho incominciato a viaggiare in india regolarmente, ogni anno per 6 mesi all'anno, per approfondire gli studi riguardanti lo yoga, ayurveda, tantra e astrologia vedica (jyotish), e terapie del massaggio. Ho studiato e vissuto in differenti Ashram e scuole, dove ho avuto l'opportunita' di conoscere differenti tradizioni. Attualmente insegno yoga e mi occupo di ayurveda , tantra, jyotish e terapia del massaggio.

I quattro traguardi della vita nella tradizione Vedica

Secondo la Tradizione Vedica, quattro sono i traguardi della vita: Dharma, Artha, Kama e Moksha.

 

Dharma indica il soddisfacimento del nostro giusto scopo nella vita, include l’onore e la riconoscenza che otteniamo a livello professionale e sociale ed è legato alla carriera.

Artha si riferisce all’acquisizione di risorse materiali utili a soddisfare il proprio Dharma ed è correlato al reddito ed al benessere.

Kama si riferisce al nostro bisogno di felicità emotiva e sensoriale.

Moksha è correlato al nostro bisogno di crescita spirituale, includendo la trascendenza dei primi tre traguardi.

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Dharma, Artha e Kama sono subordinati a Moksha che è lo scopo primario ed essenziale per l’essere umano, senza il quale gli altri non hanno alcun senso. I quattro traguardi della vita sono come una piramide che ha come base Kama e come vertice Moksha.

Bisogna essere felici, quindi soddisfare Kama per poter funzionare all’interno del mondo, bisogna avere le necessità materiali (Artha) per mantenere la felicità, abbiamo bisogno di avere il riconoscimento degli altri (Dharma) ma lo scopo finale è comunque quello di ottenere la Liberazione (Moksha) che è più facile da ottenere se i primi tre traguardi sono stati raggiunti.

Tantra e neo-tantra. Conosci le differenze?

(A cura di Andrea Barra e David Barra)

Nell’immaginario collettivo occidentale, il termine “Tantra” tende ad evocare scenari erotici di una misteriosa sessualità orientale, tra avvenenti massaggiatrici esotiche e piccanti illustrazioni ispirate al Kamasutra. Tale equivoco purtroppo non è limitato all’astrazione del piano intellettivo, poiché “Tantra”, come ogni altro termine preso in prestito dalle dottrine hindù, in Occidente diviene inevitabilmente la colonna portante di una lunga serie di business elaborati sulla mistificazione e la banalizzazione di antichi percorsi iniziatici.

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Basta digitare questa intrigante parola indiana su un qualsiasi motore di ricerca per ritrovarsi dinnanzi a centinaia di corsi di massaggio erotico indetti da sedicenti “maestri tantrici”, vendite di libri guida per “vivere il Tantra” nel sesso di coppia e nel sesso di gruppo, corsi accelerati per diventare “insegnanti di Tantra” e tanti altri prodotti creati di sana pianta dalla grande macchina di mercato dell’industria Occidentale.

 

Lo scopo di questo articolo non è quello di condannare le pratiche o i praticanti di questo moderno “neo-tantra” (lo chiameremo così) ma ci preme fare chiarezza sull’autenticità della dottrina tradizionale, tracciando una linea di confine tra ciò che è appartenente alla tradizione Tantrica (riferendoci in maniera più specifica al tantrismo Shaiva/Shakta) e ciò che sono le moderne reinterpretazioni New Age. A questo punto la domanda sorge spontanea ed è più che legittima: che cosa significa Tantra?

 

Tantra è un termine sanscrito e in linea generale potremmo dire che esistono tre differenti modalità per tradurlo e comprenderlo al meglio. La prima è la traduzione letterale, essa però va applicata a seconda del contesto. Se cerchiamo sul dizionario il vocabolo “Tantra” lo troviamo tradotto come sistema, teoria, scrittura, dottrina. Dunque la parola Tantra indica una scrittura che insegna un sistema di pratiche. Infatti, col termine Tantra si è soliti indicare specifiche scritture antiche. Esistono diversi Tantra (Scritti/sistemi) ed ognuno di essi ha la sua particolare metodologia. La seconda modalità di comprensione riguarda l’etimologia. Tantra deriva dalla radice verbale Tan = espandere, seguita dal suffisso strumentale Tra. Dunque dal punto di vista etimologico possiamo dire che Tantra vuol dire strumento per espandere (anche “telaio” in sanscrito si dice “tantra” in quanto assume la stessa funzione).

La terza modalità si chiama “Nirukta” ed è una particolare interpretazione etimologica. Nel Kāmikā-Agama  ,un testo della Shaiva Siddhanta Sampradaya, troviamo la seguente definizione:

 Tanoti vipulan arthan tattvamantra-samanvitan Trananca kurute yasmat tantram ityabhidhyate.”

 

 “E’ chiamato Tantra poiché elabora (Tan) la conoscenza di materie come Tattva (principii della realtà) e Mantra e perché ci salva (Tra) dal ciclo della sofferenza.”

 In sintesi, quando parliamo di Tantra ci riferiamo, in linea generale, ad un sistema o metodo atto ad espandere la conoscenza della realtà al fine di salvare l’individuo dal ciclo delle sofferenze. Importante specificare che esistono svariati sistemi/Tantra, anche se e’ possibile notare che i vari sistemi utilizzano metodologie simili.

Avendo abbozzato una definizione di Tantra passiamo ora al suo derivato occidentale che definiamo neo-tantra, ossia la tendenza squisitamente moderna a reinterpretare in maniera superficiale e sensazionalistica alcuni elementi presi in prestito dal tantrismo hindù e buddhista, concentrando l’attenzione esclusivamente sull’elemento sessuale (che a onor del vero, nelle dottrine tradizionali rappresenta soltanto una componente minoritaria) mentre altri aspetti ben più rilevanti vengono del tutto ignorati.

Per distinguere il percorso Tantrico dalle mistificazioni del neo-tantra possiamo fare riferimento a cinque punti fondamentali:

1) La pratica Tantrica NON è basata sul sesso.

Tra i luoghi comuni occidentali più duri a morire vi è quello di interpretare il Tantrismo come una sorta di “yoga del sesso” se non addirittura come “massaggio erotico”. Se è vero che esistono pratiche tantriche tradizionali che possono richiedere l’utilizzo dell’atto sessuale, c’è da dire che tali pratiche non rappresentano il percorso Tantrico nella sua totalità ma soltanto una piccolissima componente, nemmeno tra le più importanti.

Anticamente, nel contesto tantrico hindù, in alcuni rituali il sesso veniva utilizzato perlopiù al fine di infrangere sovrastrutture psicologiche insite nei praticanti mediante l’annientamento dei tabù. I partner sessuali erano spesso membri di caste differenti e talvolta in alcuni contesti potevano ingerire sostanze considerate proibite o impure (carne, alcol, droghe, sperma, sangue mestruale, urina ecc.). Lo scopo era quello di riuscire a percepire il Divino in tutto, anche in ciò che comunemente si considerava impuro, peccaminoso o disgustoso (vedi il punto n°5).

 Nelle moderne interpretazioni neo-tantriche invece la componente sessuale sembra essere l’aspetto dominante (se non l’unico) e spesso pone come fine ultimo il miglioramento del rapporto di coppia o dell’atto sessuale in sé, il che è anche una cosa molto bella ma non è riconducibile alla tradizione Tantrica. Da un certo punto di vista potremmo dire che il neo-tantra sia molto più vicino al Kamasutra.

This picture postcard was distributed by the private Indian Health Organisation (IHO) at a four-day International AIDS conference which ended in Manila on October 29. It illustrates the Kama Sutra, the world's oldest treatise on sex, written in India 1,500 years ago. The IHO says Kama Sutra's 64 different postures for sexual intercourse offers couples enough variety to keep together rather than seek excitement elsewhere.

I Tantra (testi scritti) hanno come fine ultimo la Liberazione dell’individuo dal ciclo delle sofferenze (Moksha) mentre il Kamasutra (che nulla ha a che fare con il percorso Tantrico) ha come fine ultimo l’ottenimento del piacere (Kama). Nella tradizione vedica esistono infatti quattro traguardi da dover raggiungere nella vita: Kama (piacere e gratificazione sensoriale), Artha (benessere e prosperità), Dharma (giustizia e dovere) e Moksha (liberazione finale) e tutti e quattro devono essere raggiunti anche se i primi tre si risolvono con Moksha, che è il traguardo finale ed il più importante di tutti. Lo stesso Kamasutra riconosce che Kama, in ordine di importanza, viene dopo gli altri traguardi e dunque non si pone come testo salvifico e a differenza dei testi tantrici non ha alcuna pretesa di trattare della Liberazione.

(Clicca qui per comprendere meglio cosa sono Artha, Kama, Dharma e Moksha)

2) Nella tradizione tantrica è necessaria l’iniziazione di un Guru appartenente ad un lignaggio autentico.

Questo aspetto è sottolineato da numerosi testi tradizionali poiché l’importanza del guru è fondamentale, innanzitutto perché i testi tantrici utilizzano un linguaggio particolarmente criptico e determinate chiavi di lettura sono doti esclusive dalla tradizione orale; inoltre la pratica tantrica è basata su determinati rituali, sia “esterni” (mediante l’utilizzo di Yantra) sia “interni” (mediante l’utilizzo dei Chakra e del respiro), di conseguenza è necessario essere istruiti da un maestro che conosca tali rituali alla perfezione. Secondo la Tradizione affidarsi esclusivamente ai libri e al “fai da te” può solo essere fonte di grandi pericoli e di inevitabili insuccessi.

Nel neo-tantra l’elemento fondamentale maestro/discepolo non esiste. Nei vari libercoli di questa moderna tendenza si legge spesso che “il vero maestro è dentro di sé”, il che è fondamentalmente vero ma ciò che viene omesso è di vitale importanza, poiché per apprendere determinate pratiche al fine di scoprirlo questo maestro interiore, è necessaria una guida(Guru) che dovrà un giorno essere lasciata, trascesa, superata, ma ciò non significa partire da soli, sarebbe come avere la pretesa di imparare a scalare per la prima volta una montagna senza le indicazioni di un istruttore esperto.

A tal proposito però, sentiamo di dover fare una precisazione. Tradizionalmente sono esistite ed esistono delle sporadiche eccezioni, soprattutto nello Shaktismo del Bengala (spesso in correlazione alla nascita spontanea di devozione verso la Devi) dove alcuni tantrika non hanno Guru e non appartengono ad alcuna Sampradaya (lignaggio tradizionale), ma tali casi sono molto rari e questi praticanti non sono coinvolti nella trasmissione della conoscenza tantrica e per lo più si limitano ad essere immersi in intense pratiche devozionali.

Un’altra questione degna di nota riguarda il denaro. Secondo la Tradizione un Guru di non chiede mai soldi in cambio di un’iniziazione, anche se è buon costume da parte dello studente lasciare un’offerta spontanea (Guru–Dakshina).

Nel neo-tantra invece i molteplici corsi e seminari sono a pagamento o addirittura (in alcuni casi) in cambio di prestazioni sessuali.

3) Nella tradizione tantrica si fa riferimento a specifici testi sacri (chiamati appunto “Tantra”) e non ad autori moderni.

Con ciò non intendiamo svalutare gli autori moderni, il lavoro che svolgono e la loro utilità, ma secondo la Tradizione ci si riferisce esclusivamente a determinati testi in sanscrito chiamati “Agama” o “Tantra”, tali scritti sono considerati rivelatori e depositari di una particolare Conoscenza Tradizionale. In particolare ogni lignaggio si rifà ad un testo o ad un specifico gruppo di testi. Ancor prima che agli scritti ci si rifà alle istruzioni del Guru che ne trasmette l’essenza (vedi il punto n°2).

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Nel neo-tantra invece ci si riferisce principalmente ad autori moderni, spesso è facile trovare “maestri” neo-tantrici che citano qualche frase tratta da un testo tradizionale ma di solito tali citazioni sono estrapolate da un contesto ed applicate ad una realtà completamente differente. Gli autori e i “guru” neo-tantrici talvolta ignorano completamente i testi tradizionali e sovente amano mischiare concetti di tradizioni differenti, dal buddhismo allo sciamanesimo, dal taoismo all’induismo, ecc. Il sincretismo è difatti uno degli aspetti fondamentali del neo-spiritualismo contemporaneo.

A volte può anche accadere che un “maestro” neotantrico abbia letto molti testi tantrici tradizionali, ma spesso o per scarsa conoscenza o per mancanza delle chiavi di lettura adeguate (tradizionalmente fornite dal Guru, vedi punto n°2), tende a dare una lettura erronea e/o superficiale di tali testi.

4) La pratica Tantrica è un percorso spirituale.

 Il fine ultimo della pratica tantrica è la liberazione dal ciclo delle sofferenze. Nei testi classici spesso si afferma che il Tantra dona sia bhukti (gioia/piacere) che mukti (liberazione). Per far ciò non si rigetta il piacere dei sensi, così come non si rigetta il disgusto, lo scopo è riuscire a vedere la molteplicità delle esperienze come espressione della Coscienza.

In un’ottica tantrica l’intero universo, la realtà, l’esistenza tutta, non sono altro che un gioco di due principi universali, Shiva e Shakti, due principi complementari dell’Assoluto.

Shiva è il principio eterno e immutabile: il divino trascendente ed immanifesto.

Shakti è l’energia manifesta e mutevole, il divino immanente e tangibile.

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Non può esistere Shiva senza Shakti, non può esistere Shakti senza Shiva.

Se Shiva è lo strumento musicale, Shakti è il suono emesso dallo strumento. Se Shiva è la fiamma, Shakti è il calore emanato dalla fiamma. Se Shiva è il seme, Shakti è il frutto, e cosi’ via. Shiva è dunque primordiale ed eterna Coscienza senza forma da cui è scaturita Shakti, la potenza, la vibrazione, l’energia, l’espressione della Coscienza.

Tutto cio’ che noi percepiamo è energia, la materia in ogni sua forma è energia, dunque la materia in ogni sua forma è Shakti, compresi il nostro corpo e la nostra mente, compresi il cielo, il mare, i fiori, gli alberi, le piante, i pianeti, le stelle e l’intero universo.

Tutto cio’ che è fisico, psichico, emotivo o qualsiasi altra cosa è Shakti;

Ella è tutte le manifestazioni percepibili, manifestazioni che provengono dal substrato sotterraneo: Shiva.

L’essere umano è quindi parte integrante della danza divina di Shiva e Shakti, lo scopo del percorso tantrico è di rendere l’individuo realmente consapevole di tale verità.

In tale percorso l’individuo può giungere a Shiva mediante Shakti, realizzando che in ultima istanza tra Shiva e Shakti non vi è e non vi è mai stata differenza alcuna, poiché il “materiale” e lo “spirituale”, l’ “umano” ed il “divino”, il “trascendente” e l'”immanente”, formano in realtà’ una cosa sola.

Tale condizione di coscienza è la suprema consapevolezza dell’ Assoluto nella sua interezza e nella sua unita’, è la condizione di non dualità (advaita), il totale annullamento del limite che pone barriere tra “uomo” e “dio”, tra “sacro” e “profano”, tra “bene” e “male”,è  l’ illuminazione, la liberazione, la realizzazione o come la si preferisce chiamare.

Se è vero che l’atto sessuale è quello che meglio rappresenta tale unita’ (Shiva/Shakti) , bisogna comprendere che non è necessario ridurre tutto all’aspetto sessuale, al contrario lo scopo del percorso tantrico è quello di espandere l’atto sessuale all’esistenza stessa, dove il mondo fenomenico viene percepito in maniera estatica e visto come una continuo atto sessuale tra la Coscienza (Shiva) e la sua manifestazione dinamica (Shakti).

(Leggi questo articolo per un ulteriore approfondimento su Shiva/Shakti)

 

 5) Le pratiche trasgressive del sentiero della mano sinistra (Vamachara) sono metodi per infrangere i tabù psicologici.

In molti testi si tende a dividere le pratiche tantriche in Dakshinachara e Vamachara, al primo gruppo appartengono le pratiche in linea con l’ortodossia vedica (via della mano destra), al secondo gruppo appartengono pratiche non ortodosse (via della mano sinistra) che in alcuni casi possono apparire “estreme” poiché richiedono di meditare sui cadaveri (sadhana-shava), di mangiare carne, bere alcolici e partecipare a riti sessuali. Tali pratiche hanno come scopo principale la disintegrazione dei tabù e delle sovrastrutture psicologiche per andare aldilà dei concetti di “puro” e “impuro”, “bello” e “brutto”, “buono” e “cattivo” e concepire il divino nella sua totalità.

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Per l’occidentale medio il mangiare carne, il bere alcol, il fare sesso, non sono affatto dei tabù come potevano esserlo per coloro che sono cresciuti in un’antica società brahminica. Di conseguenza tali pratiche devono essere considerate in base al contesto storico e culturale di riferimento.

 

In ambito neo-tantrico esistono sedicenti seguaci del vamachara che si definiscono tali per il semplice fatto che praticano rituali in cui fanno sesso, bevono vino e mangiano carne, il che fa davvero sorridere. Nel contesto occidentale moderno un praticante del vamachara potrebbe essere un vegano che in una condizione rituale specifica si ritrova a mangiare carne o un eterosessuale che si ritrova ad avere rapporti omosessuali o una persona intenta a compiere pratiche che normalmente reputerebbe immorali, oscene o disgustose, ovvero tutte situazioni che in uno specifico contesto iniziatico possono condurre alla distruzione di determinate barriere psicologiche. Tale condizione non è mai fine a sé stessa ma risulta propedeutica al proseguimento del cammino iniziatico sotto la guida di un Guru autentico.

A tal proposito è necessaria un’importante precisazione: la pratica del Vamachara è tradizionalmente riservata a pochissime persone, poiché per l’individuo comune risulterebbe un percorso estremamente pericoloso, con risultati imprevedibili e potenzialmente disastrosi. Secondo la Tradizione soltanto alcuni tipi umani sono capaci di tramutare il veleno in farmaco. Per tanto, non possiamo che mettere in guardia il lettore da facili seduzioni verso attività “trasgressive” e verso sedicenti “maestri del Vamachara” che spesso approfittano dei ricercatori più ingenui e sprovveduti per loschi fini ludici o di lucro. L’informazione è in tal senso la miglior difesa.

Conclusioni

 Come già affermato in precedenza ribadiamo che la nostra volontà di fare chiarezza sull’argomento è totalmente estranea a qualsiasi tentativo di condanna nei confronti dei praticanti del neo-tantra, tuttavia crediamo sia importante per chi si avventura nella moderna “giungla della spiritualità”, avere un minimo di consapevolezza di ciò che gli sta intorno e speriamo che il nostro articolo (ben lungi dall’essere esaustivo)possa almeno fornire gli spunti necessari per alimentare la volontà di approfondire la ricerca in merito alla pratica tantrica tradizionale.

Dal canto nostro, per una ricerca più approfondita ci sentiamo di consigliare la seguente bibliografia:

Testi Classici da scaricare in Pdf:

dal Sito www.aghori.it
Shiva Sutra
Vijnana Bhairava Tantra
Spanda Karika
Mahanirvana Tantra
Saundarya Lahari

Essenza dei tantra (Abhinavagupta) Da Scribd.com
Shiva Sutra col commento di Bhaskara  dal sito www.superzeko.net

Materiale didattico

Lo Śivaismo del Kashmir (Foglietta). Tratti fondamentali. Da Scribd.com
Saivaism and Tantric tradition Alexis Sanderson- in Inglese
Tantra Illuminated (Christopher Wallis) In Inglese (Amazon Link)
Introduzione al Tantra Shastra di Avalon (in Inglese) dal sito www.aghori.it

 

Le sei verità che non conosci sui Chakra

(a cura di Tripurayoga, liberamente tratto da un articolo di Christopher Wallis)

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Da circa un secolo il concetto di Chakra o centro di energia sottile, è entrato nell’immaginario collettivo occidentale più di qualsiasi altro aspetto della tradizione yogica. Come per tutti gli insegnamenti derivati da fonti sanscrite, l’Occidente (fatta eccezione per pochi studiosi) ha  fatto di tutto per snaturarne e distorcerne i contenuti, ergendo il chakra a sigillo emblematico delle banalizzazioni neo-spiritualiste contemporanee.

Senza alcuna pretesa di essere esaustivi in merito a un argomento di fisiologia occulta tanto delicato quanto complesso, con questo articolo cercheremo di rettificare per sommi capi solo alcune delle inesattezze irreversibilmente diffuse dagli agenti infettivi di un certo mercato spirituale che non ha risparmiato neppure l’attuale Oriente, ormai in larga parte contaminato dal grande malessere della modernità. Oggi anche in India è quasi impossibile trovare una corrente yogica che non sia (almeno parzialmente) influenzata da deviazioni euro-americane; difatti quando in tal sede utilizziamo il termine “occidentale” ci riferiamo a tutto l’insegnamento yogico che oggi esiste in lingua inglese, compreso quello indiano moderno.

Purtroppo anche in India è molto raro incontrare persone capaci di leggere il sanscrito in maniera corretta e fluente, basti pensare che la traduzione di un trattato cinquecentesco sui Chakra ad opera di un britannico del novecento (considerata mediocre da alcuni studiosi contemporanei di sanscrito) resta ancora oggi il punto di riferimento di molti lignaggi yoga indiani, mentre la stragrande maggioranza delle pubblicazioni in materia reperibili in commercio, sia in Oriente che in Occidente, non è composta da opere sull’autentica scienza dei Chakra ma da moderni libercoli sincretistici basati su tre punti cardine:

  • 1. Opere di occultisti occidentali del ventesimo secolo che hanno preso in prestito termini dal sanscrito senza comprenderli (come ad esempio il libro del teosofo C.W. Leadbeater’s The Chakras, 1927).
  • 2. La traduzione imperfetta da parte di John Woodroffe (Arthur Avalon) di un solo testo in sanscrito sui Chakra redatto nel 1577.
  •  3. Libri del ventesimo secolo scritti da guru indiani ma basati sulle risorse del punto  uno e del punto due.

Non fa eccezione il best seller new age “Il libro dei Chakra” di Anodea Judith (con tutti i suoi derivati) che rientra a pieno titolo tra le fuorvianti opere moderne che millantano di presentare insegnamenti antichi mentendo clamorosamente e forse in maniera del tutto inconsapevole per via della mancata conoscenza del sanscrito.

A questo punto sorge spontanea una domanda: esistono dei testi attendibili sullo studio dei sistemi dei Chakra?

La risposta è si, esistono, ma sono prerogativa di ristretti ambiti accademici che in seguito citeremo.

Adesso concentriamoci sui Chakra e cerchiamo di capire cosa sono e cosa non sono. Gli aspetti più importanti da chiarire sono i seguenti:

  • 1. Non esiste un unico sistema di Chakra, nella tradizione originale ne esistono tanti.

Tantissimi a dire il vero. La teoria del corpo sottile e dei centri energetici chiamati Chakra (o padmas, ādhāras, lakṣyas, etc) deriva dalla tradizione dello yoga tantrico che probabilmente affonda le radici nel substrato pre-vedico e che rifiorì dal 600-1300 d.C. mantenendosi in vita ancora oggi.

yogachakraNello Yoga tantrico nella sua fase più matura (dopo il 900 circa), ognuna delle differenti ramificazioni della tradizione articolò un differente sistema di Chakra, alcuni rami tradizionali articolarono più di un sistema.

Venivano insegnati sistemi di cinque Chakra, di sei Chakra, di sette, di nove, di dieci, quindici, ventuno, ventotto e anche più Chakra, a seconda del testo di riferimento.

Il sistema di sette chakra (o tecnicamente 6+1) che i moderni praticanti di yoga conoscono, è solo uno dei tanti ma divenne quello dominante a partire dal sedicesimo secolo (vedi il punto quattro in basso).

Verrebbe da chiedersi quale sistema sia quello corretto e quanti siano realmente i Chakra. Una simile domanda ci condurrebbe al primo grande equivoco: considerare i Chakra alla stregua di autentici organi del corpo. Nulla di più sbagliato. Essi non sono oggetti che possono essere studiati così come i dottori studiano il sistema nervoso o l’apparato respiratorio. Il corpo energetico è una realtà estremamente fluida, come ci si deve aspettare da tutto ciò che non è fisico e va al di la dei sensi. Il corpo energetico può presentare, dal punto di vista dell’esperienza, un qualsiasi numero di centri energetici a seconda della persona e della pratica yogica che sta eseguendo.

Detto questo, esistono alcuni centri che sono presenti in tutti i sistemi, in particolare i Chakra al basso ventre, al cuore e alla corona (in cima al capo), questo perché sono i tre centri nel corpo umano dove tutti sperimentano fenomeni di natura emotiva e spirituale. Ma a parte questi tre, esiste un’immensa varietà di sistemi di Chakra nella letteratura originale. Un sistema non è mai più esatto di un altro, a parte il fatto di esserlo in relazione ad una particolare pratica. Per esempio se si sta operando una tecnica correlata ai cinque elementi, si userà un sistema di cinque Chakra. Se si sta interiorizzando l’energia di sei divinità differenti, si userà un sistema di sei Chakra differenti. Sembra ovvio, ma queste poche (benché importanti) informazioni basilari non sembrano aver raggiunto lo yoga occidentale, nonostante si tratti di nozioni elementari che compongono il cosiddetto “abc”.

  • 2. I Sistemi dei Chakra sono prescrittivi e non descrittivi.

Questo potrebbe essere il punto più importante. Testi di riferimento in lingua occidentale tendono a presentare il sistema dei Chakra come un dato esistente, usando un linguaggio descrittivo, ad esempio: “il Mūlādhāra Chakra è alla base della spina dorsale, ha quattro petali…” e così via.

Nella maggior parte dei testi sanscriti originali questo non è un dato di fatto  ma una specifica pratica yogica che consiste nel visualizzare un oggetto sottile caratterizzato da una luce di un particolare colore, con la forma di un loto o di un cerchio rotante in una specifica area del corpo, e in seguito attivare sillabe mantriche in esso, per uno scopo preciso.

33f3d5a8f059757a0942e83ae781daf6Una volta compreso ciò, il punto uno diventa più chiaro. I testi sono prescrittivi, ti dicono cosa devi fare allo scopo di ottenere un particolare risultato per mezzo di tecniche yogiche. Quando in sanscrito si legge in maniera criptica e sintetica ”loto da quattro petali alla base del corpo” dobbiamo comprendere che vuole dire “lo yogi deve visualizzare un loto da quattro petali.”

Nella tradizione tantrica, i Chakra sono punti su cui concentrarsi per la pratica meditativa all’interno del corpo umano, visualizzati come strutture energetiche a forma di disco o di fiori in quei punti dove un numero di nadi o meridiani converge. Sono strutture concettuali ma sono basate sul piano fenomenologico, perché tendono a essere collocate laddove l’essere umano sperimenta esperienze di energia emotiva e/o spirituale e perché la forma in cui sono visualizzate riflette l’esperienza visionaria avuta da meditatori.

  • 3. Gli stati psicologici associati ai Chakra sono invenzioni moderne e occidentali.

Su un enorme numero libri e siti web leggiamo che Mūlādhāra è associato con sopravvivenza e sicurezza, che Maṇipūra è associato con forza di volontà e autostima, e così via. I praticanti dello yoga moderno dovrebbero sapere che l’associazione dei Chakra agli stati psicologici è solo un’innovazione moderna iniziata con Jung.

E’ probabile che tale associazione rappresenti una realtà sperimentata da alcuni (tuttavia bisognerebbe anche considerare l’effetto psicologico del priming),

ma di certo non troviamo tale collegamento nelle risorse in lingua sanscrita che sono le uniche e sole depositarie tradizionali dell’antica scienza dei Chakra.

Esiste solo una simile eccezione di cui siamo a conoscenza ed è il sistema dei dieci Chakra per i musicisti. Si tratta di un sistema risalente al tredicesimo secolo e in esso non troviamo l’intero Chakra associato a una specifica emozione o stato psicologico ma ogni petalo di ogni Chakra è associato a uno stato d’animo differente e sembra che non ci sia alcuna struttura nella quale sia possibile associare ad un Chakra un unico stato psicologico o emotivo.

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Ma c’è dell’altro: quasi tutte le associazioni Chakra/psicologia trovate nel  libro dei Chakra di Anodea Judith non sono basate su fonti in sanscrito.

Ogni Chakra, secondo Judith, sarebbe associato ad una particolare ghiandola del corpo, ad alcune malfunzioni fisiche, ad alcuni cibi, ad un metallo, ad un minerale, ad un’erba, ad un pianeta, ad un percorse yogico, ad un arcano dei tarocchi, ad una sephira del misticismo ebraico (!) e finanche ad un arcangelo del Cristianesimo (!).

Nessuno di questi collegamenti è presente nei testi originali. Judith o il suo maestro le hanno create basandosi su similitudini percepite soggettivamente e non rappresentano alcuna verità tradizionale.

Lo stesso vale anche per gli oli essenziali e i cristalli che altri testi o siti web d’ispirazione New Age  vorrebbero far corrispondere ad ogni Chakra, spacciando recentissime e moderne opinioni per antiche autenticità tradizionali. Non vi è nulla di più falso.

  • 4. Il sistema di sette Chakra che oggi è molto popolare, non deriva da un testo sacro ma da un semplice trattato del 1577.

Il sistema dei Chakra che gli occidentali conoscono è quello contenuto in un testo sanscrito scritto da un signore chiamato Pūrṇānanda Yati che nel 1577 completò il suo saggio Ṣhaṭ-chakra-nirūpaṇa, o spiegazione dei sei Chakra, che in realtà rappresenta il sesto capitolo di un lavoro più vasto.

La maggior parte dei praticanti yoga (sia indiani che occidentali) conoscono il sistema dei sette Chakra solo ed esclusivamente attraverso il testo di Pūrṇānanda, o meglio attraverso una traduzione relativamente incoerente e confusa di tale testo fatta da John Woodroffe (Arthur Avalon) nel 1918.

Nonostante ciò, tale testo è importante per molti lignaggi in india ancora oggi. Lo sarebbe stato senza la traduzione di Woodroffe? probabilmente no, dato che davvero poche persone nell’india moderna sono capaci di leggere il sanscrito in maniera corretta.

Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che la Tradizione stessa consideri i testi sacri infallibili e gli autori  fallibili, quindi fa sorridere che gli yogi moderni considerino il sistema di sette Chakra di Pūrṇānanda come infallibile, sarebbe molto più sensato considerare infallibili gli scritti tantrici originali (composti prima del 1300). Naturalmente c’è da dire che Pūrṇānanda basa il suo lavoro su testi precedenti, ma ciò non significa che li abbia compresi a pieno (vedi il punto sei in basso).

In sintesi: il sistema dei sette Chakra che conosci è basato sulla traduzione “oscura” di un testo non sacro. Ciò non invalida il testo in sé ma rende davvero molto problematica la sua egemonia.

  • 5. Lo scopo del sistema dei Chakra è di funzionare come modello per la pratica del Nyāsa.

Per quanto riguarda i testi originali, lo scopo principale di ogni sistema dei Chakra era quello di funzionare come modello per il Nyāsa, che sarebbe l’installazione di mantra e divinità/energie su specifici punti del corpo sottile. Quindi, nonostante oggi milioni di persone si siano appassionate alle tecniche dei Chakra, quasi nessuno tra loro le utilizza nella maniera corretta. Le caratteristiche più importanti dei sistemi di Chakra nei testi originali sono due:

1)  i suoni mistici dell’alfabeto sanscrito sono distribuiti attorno ai petali di tutti i Chakra presenti nel sistema.

2) ogni Chakra è associato ad una specifica divinità hindù.

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Nel nyāsa si visualizzano specifiche sillabe mantriche in particolari punti di uno specifico Chakra nel corpo energetico, mentre silenziosamente s’intonano i suoni in ripetizione. Chiaramente, tale pratica è impressa in uno specifico contesto culturale in cui i suoni della lingua sanscrita sono visti come potenti vibrazioni che svolgono un ruolo efficace nella tecnica yogica che può portare liberazione spirituale e benefici mondani attraverso mezzi magici.

Invocare l’immagine e l’energia di una specifica divinità in uno specifico Chakra rappresenta  un elemento fondamentale. Se i praticanti occidentali scoprissero cosa tali divinità rappresentano realmente, la pratica dovrebbe essere potenzialmente più significativa anche per loro. Le cosiddette Divinità Causa (karana-devatās) sono presenti in ogni sistema di Chakra.

Tali divinità formano una sequenza fissa. Dal Chakra più basso al più alto ci sono Indra, Brahmā, Vishnu, Rudra, Īśvara, Sadāśiva, e Bhairava, con la prima e l’ultima divinità spesso non presente, a seconda del numero di Chakra.

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L’ultima divinità nella lista delle divinità-causa non è mai l’ultima divinità del dato sistema, ed è posta al di là della testa e quindi al di là del Chakra più alto. Dunque Bhairava (l’aspetto più esoterico di Shiva) è solo incluso nella lista delle divinità-causa. Se ho un sistema in cui l’aspetto trascendente è Bhairava, allora Bhairava non sarà incluso nelle divinità associate ai Chakra.

  • 6. Il Bija Mantra che si crede sia associato al Chakra, in realtà è associato all’elemento che in tale Chakra può essere installato.

Spesso si legge che il mantra seme (bīja o mantra dalla singola sillaba) del Mūlādhāra Chakra sia LAM. Non lo è. Non lo è nelle fonti sanscrite, e nemmeno nella rivisitazione di Pūrṇānanda. Mentre il mantra di Svādhiṣṭhāna non è VAM. Sembra strano ma la spiegazione è molto semplice: LAM è il mantra-seme dell’elemento terra, che in molte pratiche di visualizzazione è installato nel Mūlādhāra. VAM è il mantra seme dell’elemento acqua che in molte pratiche è installato in Svādhiṣṭhāna (almeno per quanto riguarda il sistema dei sette Chakra che conosci), e così via: RAM è la sillaba dell’elemento fuoco, YAM è l’aria e HAM è lo spazio.

20131220-163702.jpgI mantra fondamentali associati ai i primi cinque Chakra in realtà non appartengono ad essi, ma ai cinque elementi installati su tali Chakra. Inoltre, alcune delle figure geometriche associate ai Chakra appartengono agli elementi, l’elemento terra è tradizionalmente rappresentato da un quadrato giallo, l’acqua da una luna crescente argentata, il fuoco da un triangolo rosso che punta in basso, l’aria da un esagramma o stella a sei punte e spazio da un cerchio. Quindi quando si notano tali figure nei Chakra bisogna capire che sono rappresentazioni di tali elementi, e non è una geometria inerente al Chakra stesso.

Questo ci conduce all’ultimo punto: anche le fonti sanscrite possono essere confuse. Per esempio nel testo di Pūrṇānanda del sedicesimo secolo (la base del moderno sistema dei Chakra) i cinque elementi sono installati nei primi cinque Chakra del sistema di sette.

Ma ciò non funziona in realtà, perché in tutti i sistemi classici l’elemento spazio è installato alla corona del capo, perché è in quel punto che lo yogi sperimenta un’espansiva apertura nello spazio infinito, e quindi deve essere alla cima del capo.

Conclusioni

A questo punto abbiamo appena sfiorato la superficie del nostro oggetto di studi, che in realtà è estremamente complesso. Il consiglio che possiamo dare ai lettori è quello di dare un’occhiata a una certa letteratura accademica come ai lavori di Dory Heilijgers-Seelen o di Gudrun Bühnemann. Sarà un procedimento molto complicato poiché la lettura delle loro opere richiederà non solo una grande concentrazione ma anche un immenso sforzo di umiltà.

L’umiltà servirà soprattutto ai “maestri yoga” che in buona fede credono di insegnare realmente ai propri discepoli la verità sui Chakra, ignari di divulgare inesattezze e distorsioni di natura moderna, spacciandole per autenticità tradizionali.

A costoro vorremmo chiedere soltanto la cortesia di rivelare ai propri allievi che ciò che stanno apprendendo sui Chakra è in realtà soltanto un possibile modello, uno dei tanti, frutto di moderne esperienze soggettive che non rappresentano in alcun modo l’autenticità tradizionale della dottrina. Sarebbe un grande gesto di umiltà e di onestà intellettuale, qualità che ogni vero maestro yoga in teoria dovrebbe avere.

Fonte: http://www.tantrikstudies.org/blog/2016/2/5/the-real-story-on-the-chakras

Yoga Nidra

“Khechari dovrebbe essere praticato fino a quando si ragginuge Yoga Nidra. Per coloro che hanno ottenuto Yoga Nidra, il tempo diventa inesistente

Hatha Yoga Pradipika 4,49

yoga nidra tempo

 

Yoga Nidra è una tecnica che sta diventando sempre più popolare oggi.

A volte è confusa con le comuni tecniche di rilassamento ed a volte viene confusa con tecniche di visualizzazione.

Quindi è importante per il praticante di Yoga e sopratutto per gli insegnanti comprendere un po’ più a fondo cosa è Yoga Nidra, come funziona e quale è la sua origine.

Innanzi tutto il termine Yoga Nidra si riferisce sia a uno stato di coscienza che alla tecnica atta a ottenere tale stato, anche il termine Yoga si riferisce sia allo scopo (Samadhi) che al percorso (hatha yoga, laya yoga, bhakti yoga etc.).

 

Yoga Nidra inteso come “stato di coscienza”

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Il termine Yoga Nidra è composto da due parole:

  • Yoga, che significa unione e si riferisce alla “consapevolezza pura”.
  • Nidra significa “sonno”

Il termine Nidra si riferisce allo stato di coscienza, dove la consapevolezza/coscienza è assente.

Patanjali nei yoga sutra spiega il termine Yoga nel famoso verso:

“Yoga chitta vritti nirodaha” PYS 1.2

“Yoga è l’estinzione dei movimenti-modificazioni della mente”.

E in seguito spiega le cinque modificazioni della mente (Vritti.)

“Pramana viparyaya vikalpa nidra smitayu” PYS 1.6

Giusta conoscenza, falsa conoscenza, immaginazione, sonno (Nidra) e memoria.

 

Quindi Nidra è una “Chitta Vritti”, è l’aspetto inconscio della coscienza.

Yoga Nidra è lo stato dove “conquistiamo” tale vritti. Dove la Luce della consapevolezza estingue l’oscurità dell’inconscio.

Secondo la tradizione yogica, la nostra esistenza è sperimentata attraverso quattro stati di coscienza:

  • Stato di Veglia –mente conscia- jagriti
  • Stato del sogno- mente subconscia- swapna
  • Stato di sonno profondo- mente inconscia- sushupti (nidra.)

 

Lo stato di veglia è, ovviamente, quando siamo svegli e abbiamo la possibilità di percepire “oggetti esterni” attraverso i sensi e percepiamo il fluire del tempo.

Lo stato di sogno è quando sogniamo, quindi sperimentiamo una realtà interiore, la percezione del tempo qui diventa relativa, passato, presente e futuro non hanno molto senso e l’intervallo temporale non è percepibile.

Il sonno profondo corrisponde al sonno senza sogni, qui la consapevolezza è persa e la percezione del tempo è inesistente (“Per coloro che hanno ottenuto Yoga Nidra, il tempo diventa inesistente-Hatha Yoga Pradipika 4,49)

Possiamo dire che questi tre stati di coscienza sono costantemente coesistenti, ma data la nostra limitata consapevolezza, possiamo sperimentare uno stato per volta, anche se a volte I vari stati possono essere sperimentati in contemporanea (sogno lucido, sogno ad occhi aperti, stati profondi di meditazione, stati alterati di coscienza etc.).

 

Utilizziamo una metafora per spiegare la coesistenza dei 3 stati:

Diciamo che il cielo è la nostra esperienza della realtà, limitata alla volta celeste osservabile.

Associamo la luce del sole ( il giorno) con lo stato di veglia, la luce della Luna con lo stato di sogno e le stelle l’oscurità dell’universo con il sonno profondo.

La nostra percezione della realtà si muove costantemente dal Giorno-Sole alla Notte-Oscurità accompagnata o meno dalla luce della Luna.

Durante il giorno, la luce del sole non ci permette di percepire le stelle e la luna, ma anche se non possiamo vederle, sappiamo che la luna e le stelle sono presenti in cielo.

Di notte, durante la Luna piena, la luce delle stelle sono invisibili perché coperte dalla luce lunare, ma comunque le stele sono sempre li.

Nella tradizione Yogica esiste un quarto stato (Turya), che corrisponde alla consapevolezza contemporanea dei tre stati precedenti .

Quando la nostra consapevolezza si estende , si allarga in maniera tale da essere capaci di percepire, sole , luna stele e l’intero universo allo stesso momento.

 

Per approfondire lo studio dei quattro stati di coscienza consiglio il lettore di studiare la Mandukya Upanishad.

Nel Tantra questi tre stati di coscienza sono chiamati “le tre città” ,Tripura, e sono rappresentate nello Sri Yantra.

Lo Sri Yantra è una rappresentazione dell’intera esistenza, dell’intera manifestazione, dell’intero universo. Nello Sri Yantra viene “raccontato” la creazione e dissoluzione del cosmo.

Yoga Nidra è lo stato di consapevolezza durante lo stato di sonno profondo (Nidra). Quando viaggiamo al di là del Sole, Luna e “illuminiamo” il più profondo e sconosciuto aspetto del nostro universo interiore.

 

Yoga Nidra: la tecnica.

“Al sopraggiungere del sonno, quando il sonno non si è ancora manifestato e lo stato di veglia sta per terminare, in quel momento il Divino si manifesta.”

Vigyana Bhairava Tantra

Yoga Nidra è differente dalle più comuni tecniche di meditazione.

Queste ultime di solito sono eseguite da seduti in una posizione comoda e stabile, dove è presente un equilibrio tra rilassamento e allerta, la coscienza è nello stato di veglia e manteniamo tale stato osservando le attività della mente in qualità di “testimone” , quindi di senza essere coinvolti nel processo mentale.

 

Yoga Nidra solitamente è eseguito in Shavasana, distesi in posizione supine, permettendo il rilassamento totale del corpo. Tale posizione permette alla coscienza di muoversi dallo stato di veglia a quello di sonno profondo; lo scopo qui è di mantenere la consapevolezza mentre lo stato di coscienza si muove verso il sonno profondo.

Tale pratica, nella forma da noi conosciuta oggigiorno è stata riformulata da Swami Satyananda Saraswati (Bihar School of Yoga)

Secondo Swami Satyananda la pratica è eseguita in 8 stadi:

1 – Preparazione: Si dispone il corpo in shavasana. Tale posizione minimizza le sensazioni tattili eliminando il contatto tra gli arti siccome il corpo è disteso con braccia distanti dal corpo e gambe distanti l’una dall’altra.

L’attenzione è portata verso I suoni esterni e si muove l’attenzione da suono a suono mantenendo l’attitudine del “testimone” ( ossia ascoltando I suoni senzaIndagare su origine o provenienza degli stessi, puro ascolto).

Attraverso tale pratica, la mente incomincia a perdere interesse verso I suoni esterni e incomincia a diventare calma. Questo è lo stadio del “pratyahara” (Ashtanga Yoga), dove spostiamo la consapevolezza dall’esterno verso lo interno.

 

2 – Sankalpa (risoluzione-affermazione): Il Sankalpa indica la risoluzione, il motivo dietro lo scopo della pratica. E’ espressione della “Volontà” la forza creativa (Iccha shakti). E’ importante scegliere il Sankalpa in maniera accurata. Ed esprimerlo in maniera chiara e precisa. Il sankalpa dovrebbe essere scelto in accordo con le inclinazioni e bisogni e non dovrebbe essere cambiato.

L’idea del ‘sankalpa e’ quella di dare alla mente una “suggestione” durante lo stato di rilassamento profondo.

L’utilizzo del sankalpa è comune nelle pratiche tantriche del Japa, Havan, puja etc. ,dove la pratica è effettuata per ottenere un “beneficio” particolare

 

3 – Rotazione della coscienza. La rotazione della coscienza attraverso le differenti parti del corpo non è una pratica di concentrazione non prevede alcun movimento del corpo. Durante tale fase è importante rimanere sveglio, ascoltare la voce che guida la pratica e permettere alla mente di muoversi secondo le istruzioni.

Questa è la struttura portante della intera pratica, e deriva da una pratica tantrica chiamata Matrika Nyasa. Nyasa significa “posare”,”mettere”,”ordinare”, Matrika si riferisce alle lettere dell’alfabeto sanskrito ( ed anche a particolari “forze”/Shakti) .In matrika nyasa le differenti lettere dell’alfabeto ( differenti shakti) vengono “sistemate” su differenti parti del corpo.

In yoga nidra non si usano lettere o mantra, ma la consapevolezza si sposta attraverso le parti del corpo.

4 – Consapevolezza del respiro: Il rilassamento fisico continua ed è completato spostando l’attenzione verso il respiro. In tale fase il praticante deve solamente osservare il respiro naturale senza cercare di forzarlo o cambiarlo, maggiore rilassamento e introversione si ottiene se simultaneamente si conta il respiro mentalmente.

5 – Creazione di sensazione opposte: Durante tale stadio l’attenzione è rivolta verso sensazioni ed emozioni. Intense sensazioni fisiche o emotive sono evocate, sperimentate a pieno e rimosse. Di solito sono usate sensazioni opposte come Leggerezza/pesantezza , caldo/freddo, piacere/dolore, amore/odio.

Ciò di solito produce un “rilassamento emotivo” grazie ad un processo catartico poiché memorie di sensazioni profonde sono rivissute.

La creazione di sensazioni opposte è molto utile al praticante di Yoga , perché aiuta a sperimentare la Pace-tranquillita’ tra l’alternanza di “eventi” che si presentano nella vita quotidiana, portando alla realizzazione della trascendenza della dualità.

.6 – Visualizzazione: Tale stadio di yoga nidra induce rilassamento mentale, qui immagini e simboli differenti sono visualizzati.Possiamo paragonare tale stadio a quello della rotazione di coscienza ,ma in questo caso la rotazione di coscienza non è associata al livello fisico ma al piano simbolico – mentale.

Di solito la visualizzazione si finisce con pura osservazione dello spazio mentale .

7 – Sankalpa: Lo stesso sankalpa è ricordato ed espresso mentalmente.

8 – Fine della pratica: La pratica è conclusa spostando la consapevolezza verso l’esterno.

Quindi possiamo dire che Yoga Nidra è un adattamento e semplificazione di una più complessa pratica tantrica.

Di solito le pratiche tantriche sono molto più complesse e richiedono la conoscenza profonda di simboli (Yantra) e suoni (mantra). Lo Yantra usato in Yoga nidra è il corpo umano ( qui per corpo intendo non solo il corpo fisico, ma l’intero individuo).

 

 Benefici

 

Yoga Nidra ha una vasta gamma di benefici. Ha gli stessi benefici delle pratiche di meditazione col vantaggio di essere una tecnica abbastanza semplice da praticare anche per chi non ha mai praticato meditazione (l’unico requisito è sdraiarsi e ascoltare la registrazione o l’istruttore).

Yoga Nidra può essere usato per differenti motivi, :

  • Rilassamento generale
  • Autosuggestione mentale
  • Esplorazione degli stati interiori

Yoga Nidra è efficace nel trattare:

  • Insonnia
  • Stress
  • Ansia
  • E tutte le condizioni causate da queste.

Alcune ricerche sono state fatte su tale pratica : dal sito Wikipedia:

“Nel 2006, Kamakhya Kumar ottenne il titolo PhD da A. P. J. Abdul Kalam (presidente dell’India) per il suo studio:”Psycho-physiological Changes as Related to Yoga Nidra” (cambiamenti psicofisiologici correlati a Yoga Nidra).

Egli osservò I cambiamenti di parametri fisiologici,ematologici e psicologici di alcuni soggetti sottoposti a tale pratica per sei mesi, e trovò significanti cambiamenti dei parametri menzionati sopra. Una parte della ricerca pubblicata fu intitolata “A study on the impact on stress and anxiety through yoga nidra” (Studio sull’impatto di stress e ansia attraverso Yoga Nidra)Indian Journal of Traditional Knowledge, Vol. 7 No 3 (Published through NISCAIR).

Lo psicologo clinico Sachin Kumar (2009) osservò nelle sue ricerche che yoga nidra riduce il livello di ansia. . M. Nikhra e S.K. Dwivedi (2010) osservano in uno studio che “Yoga Nidra riduce I livelli di stress”.

Yoga nidra è anche stato usato per il trattamento di PTSD (post traumatic stress disorder):

http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/05/02/AR2008050203426.html?hpid=sec-health

Personalmente credo che tale pratica sia una delle più potenti tecniche ( tra quelle più conosciute) che l’antica scienza Yogica-Tantrica ci abbia lasciato.

Nel famoso testo dell’Hatha Yoga e’ scritto:

“Khechari dovrebbe essere praticato fino a quando si ragginuge Yoga Nidra. Per coloro che hanno ottenuto Yoga Nidra, il tempo diventa inesistente

Hatha Yoga Pradipika 4,49

Khechari si riferisce a Kechari Mudra, nei Tantra quando si parka di Mudra Shakti ci si riferisce a particolare “Forze – Attitudini”, che sul piano grossolano si manifestano sotto forma di “Gesti” (questo e’ l’aspetto più conosciuto), a livello più sottile si manifestano sotto forma di suono/mantra (Vidya), ed a un livello ancora più’ sottile le Mudra si riferiscono a particolare “attitudini interiori” che assumiamo nei confronti della realtà.

 

Khechari derive da: Khe=spazio/cielo and Charia=”colui che si muove/viaggia” , e significa “muoversi/viaggiare attraverso lo spazio”  e si riferisce all’esplorazione dello spazio interno, ed e’ esattamente coo che facciamo durante la pratica di Yoga Nidra.

 

By Andrea Barra

Referenze:

  • “Yoga Nidra” By Swami Satyananda Saraswati.
  • Mandukya Upanishad
  • Hatha Yoga Pradipika
  • Vijnana Bhairava Tantra

 

 

Classificazione delle Asana secondo la Funzione

 

Le asana possono essere divise seguendo diversi criteri.

Se le classifichiamo in base alla funzione che assolvono, possiamo dividerle in:

 

  1. Samastithi
  2. Pashimatana
  3. Purvatana
  4. Pashva
  5. Parivritti
  6. Viparita
  7. Vishesa

 

 

Samasthiti

Sama significa uguale e sthiti significa essere, stare.

Samasthiti sono le asana dove il peso del corpo è ugualmente distribuito ed esiste una simmetria tra i due lati, esempi sono:

 

Samasthiti                      Padmasana                            Shavasana

sams

padm

shavasana

 

 

 

 

 

Nel gruppo samasthiti rientrano le maggiori asana usate nella pratica meditativa.

Il gruppo samasthihi sono anche posizioni di partenza da cui le altre asana prendono forma.

 

Pashimatana

 

Pashi significa ovest e si riferisce alla parte posteriore del corpo ( tradizionalmente la pratica dello yoga si fa rivolti verso est, quindi la parte posteriore è rivolta a ovest), ut significa sollevato, al di sopra e tana significa stiramento.

Pashimatana indica lo stiramento della parte posteriore del corpo, quando la parte alta del corpo (tronco) si muove verso le gambe, le posizioni di piegamento in avanti rientrano in questo gruppo.

 

Tali asana sono eseguite durante l’esalazione focalizzandosi sulla contrazione dell’addome.

Il piegamento in avanti è un processo passivo, in accordo con la forza di gravità, anche l’esalazione che accompagna il movimento è un processo passivo, tali processi ci portano verso uno stato mentale d’introversione, simile allo stato introverso in cui ci poniamo quando abbiamo bisogno di protezione, la posizione fetale.

Le asana appartenenti a tale gruppo sono utili quindi a indurre uno stato di protezione di sicurezza.

A livello anatomico tali posizioni producono uno stiramento della fascia posteriore del corpo, quella che va dalla fascia plantare su fino alla fronte, passando lungo la schiena.

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Tali asana sono utili a rilasciare la tensione e sciogliere le rigidità dalla parte posteriore del corpo.

Esempi di tale asana sono:

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Purvatana

 

Purva significa est, anteriore, tana significa stiramento. Purvatana indica lo stiramento della parte anteriore del corpo, quando il tronco si muove lontano dalle gambe (piegamenti posteriori).

Si eseguono durante l’inalazione focalizzandosi sull’espansione del torace, tali asana richiedono un movimento attivo del corpo contro la forza di gravità, ed anche del respiro (l’inalazione è un processo attivo), quindi inducono uno stato energetico, e ci muovono verso uno stato di estroversione, utile ad affrontare le situazioni.

Sono molto utili per correggere problemi fisici come la curvatura in avanti delle spalle, interessante notare che tale atteggiamento posturale (curvatura delle spalle) è più pronunciato in persone che hanno sofferto o soffrono di depressione o insicurezza ed è una tendenza del corpo che riflette un atteggiamento mentale.

Le asana che aprono il torace sono quindi utili per controbilanciare tali atteggiamenti emotivi.

A livello fisico tali asana agiscono sulla fascia frontale del corpo.

 

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Esempi di asana che rientrano in tale gruppo:

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Ora è interessante notare la dualità pashimatana/purvatana

 

  1. Pashimatana- piegamento anteriore- esalazione- addome-introversione-protezione.
  2. Purvatana -piegamento posteriore- inalazione-torace- estroversione-energia.

 

Parsva

Parsva significa laterale, incluse in questo gruppo sono le asana dove c’e’ un piegamento laterale della spina dorsale.

Sono ottime asana per correggere eventuali cattivi allineamenti del corpo.

A livello fisco tali asana agiscono sulla fascia laterale.

 

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Esempi di asana:

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 Parivritta

 

Parivritta significa contorsione, questo gruppo di asana sono utili per correggere cattivi allineamenti dell’asse, sono eseguiti in esalazione e l’attenzione è rivolta verso la spina dorsale e l’addome.

Tali asana sono utili per rimuovere blocchi nella spina dorsale e nella zona addominale.

A livello fisico agiscono sulla fascia a spirale.

 

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esempi di asana:

 

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Viparita

 

Viparita significa inversione. In tale gruppo di asana rientrano tutte che quelle dove il corpo è invertito rispetto alla posizione naturale .

La funzione è di agire contro l’azione gravitazionale.

Ottime per la circolazione sanguigna e per ridurre stress e ansia.

Secondo testi dell’Hatha yoga la “luna” soma ( all’altezza della testa) produce il nettare –amrita che è consumato da sole-manipura (all’altezza dello stomaco)  la posizioni del gruppo viparita invertono tale processo permettendo di conservare l’Amrita.

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Visesa

Visesa significa particolare , specifico, ed in tale gruppo rientrano tutte le asana che non possono essere raggruppate nei gruppi precedenti.

 

Le differenti funzioni delle asana non solo agiscono sul piano fisico a livello di muscoli -tendini e fascia ma anche sul piano mentale attraverso il piano energerico/pranico.

 

Per chiarimenti ed ulteriori informazioni scrivi a [email protected]

By Andrea Barra

Yoga:i quattro punti essenziali della pratica

Le asana (posizioni yoga) rappresentano l’aspetto più conosciuto del vasto spettro della pratica Yogica, al punto che il termine “praticare yoga” oggigiorno indica (in maniera non del tutto esatta) il “praticare le asana”.

“Asana” è una parola sanscrita che significa “sedersi”, “stabilirsi in una determinata posizione”. E’ importante tracciare una linea di confine tra la pratica delle asana e il puro esercizio ginnico.

I seguenti concetti aiuteranno il lettore a comprendere come seguendo alcuni principi yogici sia possibile ottenere, dalla pratica delle asana, i pieni benefici della pratica yogica.

1) “Sthira Sukam asanam” ovvero “posizione stabile e confortevole”

Patanjali nei Yoga Sutra (il testo fondamentale della filosofia yogica) da’ la seguente definizione di asana: “Sthira sukham asanam”, “ posizione stabile e confortevole”. E questo è uno dei punti fondamentali che il praticante di Yoga deve tener conto.

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Sthira si riferisce alla stabilità, allerta.

Sukham si riferisce al rilassamento, comodità.

Sthira e Sukam devono essere presenti in maniera bilanciata.

Sthira fa si che il corpo-mente dell’individuo sia attento e vigile.

Sukam fa si che il corpo-mente dell’individuo sia in uno stato di rilassamento. (Da ricordare che nello Yoga Corpo e Mente non sono considerate due entità separate ma aspetti, uno più denso e uno più sottile, dell’individuo).

Quando si pratica in questo modo la posizione yogica induce uno stato mentale calmo e attento, condizione necessaria per la meditazione.

 

2) Forma e Funzione dell’asana

A livello pratico è importante riconoscere questi due aspetti dell’asana.

Forma e Funzione

La forma è correlata al livello più grossolano, a come l’asana è vista dall’esterno.

La funzione si relaziona al livello più sottile e indica l’effetto dell’asana sul praticante, cosa è sperimentato durante un asana (sia a livello fisico sia a livello pranico o mentale).

Idealmente la funzione dovrebbe includere I concetti di sthira e sukham discussi in precedenza.

E’ fondamentale comprendere che la funzione è più importante della forma, se si da’ troppa importanza alla forma di un asana, si rischia di perdere la funzione, perdendo sthiram e sukham.

Quindi è fondamentale capire che non è importante come un asana appare nel suo aspetto esteriore, ma come il praticante “sente” l’asana. Ciò significa che dove necessita bisogna utilizzare modifiche e adattamenti all’asana per far si che la funzione dell’asana stessa sia attiva e che sthira e sukham siano presenti.

Per esempio Pashimottanasana (piegamento in avanti da seduti):

La forma ci indica che bisogna essere piegati in avanti, gambe dritte, con la testa tra le ginocchia e con le mani che afferrano gli alluci.

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La funzione è di produrre uno stiramento della parte posteriore del corpo. In tal modo è possibile usare una modifica della posizione così che un praticante con i tendini del ginocchio corti o contratti può comunque ottenere benefici da tale asana senza necessariamente eseguirla nella sua forma completa, che in tal caso condurrebbe o a una posizione dolorosa o peggio a un danno fisico.

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3) Respiro

Tutti sanno come sia importante il respiro nella pratica dello yoga.

Il respiro è il punto d’incontro tra il corpo e la mente.

Nell’Hatha Yoga Pradipika (un antico testo riguardante l’hatha yoga), è scritto al capitolo 2, verso 2:

“quando il respiro si agita anche la mente si agita, quando il respiro è stabile anche la mente è stabile”.

Nel famoso Yoga Sutra (capitolo 1, verso 31) Patanjali spiega le 4 ragioni responsabili di una mente instabile:

  1.  sofferenza/dolore
  2.  pensiero negativo
  3.  tremore, instabilità di una parte del corpo
  4.  respiro disturbato/irregolare

Non è necessario ricorrere alla antica saggezza per comprendere che lo stato mentale – emotivo è strettamente connesso al modo in cui respiriamo, basta osservare noi stessi nella vita quotidiana per riconoscere ciò.

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Quindi è importante nella pratica delle yogica delle asana, coltivare la consapevolezza del respiro, fare in modo che il respiro sia sincronizzato al movimento nell’entrare e uscire da una determinate asana.

Se il respiro è irregolare o forzato, significa che la nostra asana non è in linea con sukam e shtiram.

 

 

A tale scopo può essere utile l’utilizzo di ujjay durante la pratica delle asana, ujjay aiuta a focalizzare la mente sul respiro, è utile nell’estendere la durata dell’inalazione ed esalazione e può essere un punto di riferimento nel comprendere i nostri limiti e capacità, se non riusciamo a mantenere la stessa qualità di ujjay, significa che stiamo forzando il nostro corpo, portando la nostra pratica distante dai principi yogici.

4) Mindfulness- essere testimone di se stessi

Probabilmente questo è l’aspetto più importante dello yoga e seguendo ciò ci permette di andare in profondità nella pratica yogica. Qui ci muoviamo nell’aspetto meditativo della pratica.

Essere testimone di se stessi significa essere consapevoli senza essere coinvolti dall’osservazione.

Questa è la parte centrale, la chiave dell’aspetto pratico dello yoga. Essere testimone ci permette di spostare il nostro punto di vista verso il centro, l’essenza di noi stessi e da lì osservare.

Nello yoga incominciamo a osservare prima l’aspetto più grossolano di noi stessi: il corpo fisico. Poi ci muoviamo verso il respiro, che è la connessione con la nostra mente. A un livello più avanzato siamo capaci di osservare pensieri ed emozioni che sorgono nella mente durante le asana; in tal modo realizziamo che la nostra essenza va di là del corpo e della mente poiché diveniamo suoi osservatori.

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Durante tale processo osservativo dobbiamo essere completamente ricettivi, evitare di giudicare e analizzare e inoltre è necessaria una mente calma e allerta.

Tale “osservazione” muove la nostra pratica dall’aspetto fisico al mentale e oltre.

E’ possibile notare come questi quattro punti sono connessi l’uno con l’altro.

Durante la pratica adatto la forma dell’asana al mio corpo usando le necessarie modifiche in maniera tale che la funzione dell’asana sia presente e che la posizione sia stabile e confortevole. La posizione stabile e confortevole è riflessa nel respiro regolare e profondo che permette alla mia mente di essere rilassata e allerta permettendomi di osservare la connessione corpo-respiro-mente presente in quel momento particolare.

Seguendo questi quattro punti possiamo anche essere certi che la nostra pratica sia libera da incidenti o danni fisici, poiché la consapevolezza del corpo e la tendenza verso sukham e sthiram ci prevengono dall’eseguire posizioni o movimenti incorretti e pericolosi.

Quindi la prossima volta che stai per incominciare a praticare ricorda I seguenti punti:

  • 1) Posizione stabile e confortevole
  • 2) adatta l’asana alla tua struttura fisica (accetta il tuo corpo)
  • 3) Sii consapevole del tuo respiro
  • 4) sii il testimone di te stesso.

Andrea Barra

Dasha Mahavidya

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Nell’iconografia hindù l’Energia Cosmica  è simboleggiata da innumerevoli forme con innumerevoli nomi. Le divinità che rappresentano la Shakti sono tante quanti i suoi aspetti, “benevoli” o “terrificanti”. Ella è la splendida Lakshmi, consorte di Vishnu, signora della bellezza e della prosperità , è Durga, colei che è difficile da raggiungere, la potente guerriera, acerrima nemica dei demoni, è Parvati,colei che possiede i tre Parva (Sapienza, Volontà , Azione) madre universale e consorte di Shiva, è Kali, la dea nera, terrificante proiezione del tempo che grondante sangue divora tutto e distrugge.

Kali è la prima di dieci particolari divinità femminili molto importanti nel culto tantrico, Esse sono chiamate Mahavidya, (Maha = Grande, Vidya = Conoscenza) sono le Dee della Suprema Saggezza. Nel Tantra il culto delle Mahavidya non è riducibile soltanto alla semplice adorazione della forma esteriore della divinità , alla superficiale idolatria della figura o al formale atto rituale di venerazione; le dieci Mahavidya rappresentano i dieci fondamentali pilastri della Conoscenza, le dieci Energie universali che risiedono dentro di noi e fuori di noi, nel microcosmo e nel macrocosmo e che ne regolano l’intera esistenza. Venerare le Mahavidya significa principalmente meditare su queste Energie, essere consapevoli della Loro presenza, della Loro funzione, della Loro potenza; significa scoprire poco a poco i grandi segreti dell’esistenza e di conseguenza accettare ed amare la realtà in ogni sua condizione, in ogni suo aspetto, dal piu oscuro al più lucente, poichè tutto ciò che sperimentiamo nella vita è permeato dall’immensità della Shakti.

Nell’atto di meditazione la Dea offre al devoto parte della Sua infinita Conoscenza facendo si che la venerazione giunga ad oltrepassare sempre di più i limiti dei nomi e delle forme, i confini dei simboli e delle immagini, fino a raggiungere l’Assoluto indistinto nella Sua pienezza. Ogni Dea nasconde in seno un’importante realtà , una Verità celata ai nostri occhi dall’ignoranza, ciascuna divinità rappresenta quindi un particolare tipo di approccio alla realizzazione del Sè, meditare con devozione e diligenza sulle Mahavidya significa riconoscere il Divino in ogni cosa, significa strappare via dagli occhi la fitta coltre di illusione che ci impedisce di contemplare la Luce della Shakti in ogni singola entità dell’esistenza.

KALI 

(Tempo)

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Tra le divinità femminili del pantheon hindù è probabilmente la più nota, la più terrifica e la più affascinante. Kali Maa, ovvero Kali la Madre, la Dea nera, la guerriera, l’oscura proiezione di Durga, la controparte femminile del più terrificante aspetto di Shiva.

E’ colei che vaga per i terreni crematori con schiere di spiriti che le fanno da scorta, e’la feroce massacratrice di demoni.

Simboleggia il tempo inesorabile che tutto divora, che tutto distrugge e a cui nulla sfugge. E’ tempo, rivolta e trasformazione; è guerra, morte, calamità naturali e distruzione; orrorifica e spaventosa Ella premia il vira (guerriero) che ha il coraggio di osare e di guardarLa nei Suoi spaventosi occhi iniettati di sangue, a quel punto essi diventeranno due loti splendenti ed irradianti Luce ed Amore immenso ed eterno. (“A chi osa amare la sofferenza, abbracciare la forma della morte, e danzare la danza della distruzione, a lui la Madre viene”)

E’ nuda perchè è libera da ogni illusione, è nera perchè avvolta da notte eterna, è furiosa perchè è energia distruttiva. Indossa una ghirlanda di teste mozze, simbolo della relatività dell’esistenza umana, effimera ed impermanente. In alcune raffigurazioni le teste mozze sono sostituite da 50 teschi che rimandano alle 50 lettere dell’alfabeto sanscrito.

Ha in vita una cintura di braccia umane, atte a rappresentare le azioni karmiche che ha estinto, tale cintura copre il sesso e l’ombelico, essendo i genitali e lo stomaco la principale causa di innumerevoli karma.

Nell’iconografia classica, la sua mano sinistra in alto regge una falce insanguinata dispensatrice di morte e distruttrice delle realtà individuali mentre con la sinistra in basso mantiene la testa mozzata di un cadavere atta a simboleggiare l’annullamento dell’ego.

La sua mano destra in alto è vuota e compie un mudra (gesto) con il quale invita a non avere paura, (non dobbiamo avere paura di abbandonare il nostro corpo fisico) mentre con il gesto della mano destra di sotto indica concessione di vantaggi.

Kali è quasi sempre raffigurata sul corpo del Divino Shiva rappresentando così la natura dei due principi dell’Assoluto, Shiva e Shakti, la Coscienza e la Potenza e quindi l’immobilità del primo e la mutevolezza del secondo che nelle vesti di Kali rappresenta forza di disgregazione e trasformazione. Soltanto dopo la dissoluzione può esservi purificazione e rinascita.

Nel corpo umano Kali risiede all’altezza del cuore ed è strettamente legata all’organo fisico ed alle sue pulsazioni oltre che al 4° Chakra (Anahata).

Si può venerare Kali meditando sull’impermanenza degli esseri e delle cose e sulle continue trasformazioni (“Pantha Rei”)

 

TARA

(Verbo)

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Tara è tradizionalmente nota come colei che fa avverare i desideri, che protegge i navigatori, che assiste chi attraversa i fiumi, gli oceani, i mari, i sentieri difficili e le strade impervie.

Nel tortuoso cammino della vita ogni individuo percorre tantissime strade difficili, Tara è colei che guida, che conduce attraverso il sentiero dellla Conoscenza, quando si ha la Conoscenza qualsiasi ostacolo è facilmente superabile.

Tara è dunque invocata in connessione con l’acquisizione di Conoscenza e con l’ottenimento di poteri oratori, difatti Lei è la Dea del verbo, la Dea del suono.

Quando l’assoluto trascendente si manifesta con la Sua volontà (Desiderio – Amore), c’è un movimento, una vibrazione che produce un suono, l’eterno suono-verbo OM.

Tara è la forza dell’OM, è il suono eterno, il Nada, l’Ajapa (HAM-SO-HAM). Om è il potere del suono, è la vibrazione originaria, gli usi del suono e del mantra hanno il potere di purificare la mente, di donare consapevolezza e quindi di salvare. Tara è il verbo salvifico. Si medita su Tara regolando la parola, apprezzando l’armonia dei suoni e dei rumori e meditando sul suono-silenzio presente tra un suono e l’altro. Come Dea della salvezza è spesso relazionata a Durga, ma mentre Durga distrugge gli ostacoli polverizzandoli, Tara semplicemente li fa sorpassare.

L’iconografia tantrica la raffigura con sembianze molto simili a quelle di Kali, e’ scura, il suo piede è poggiato sul corpo di Shiva o di un uomo inerte, è vestita di pelle di tigre o di altri felini (ciò simbolizza il dominio delle passioni) e spire di serpenti Le attraversano i capelli.

La similitudine esteriore tra Kali e Tara non è casuale, se Kali è tempo, Tara è verbo, il verbo è la consapevolezza del tempo ed il tempo è il movimento del verbo, la vibrazione creativa del verbo è l’energia del tempo.

Nel corpo umano Tara risiede all’altezza dell’ombelico in corrispondenza con il 3° Chakra (Manipura) ed in qualità di Om corrisponde al 6° Chakra (Ajna) ed è anche la corrente che sale dal 3° al 7° Chakra (Sahasra Padma).

Si può venerare Tara meditando sul suono e sul silenzio.

 

TRIPURA-SUNDARI

(Luce)

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Tripura Sundari significa:” bellezza delle tre citta’ , le tre citta’ corrispondono al corpo fisico, al corpo astrale ed al corpo causale che a loro volta trovano corrispondenza con i tre stati di coscienza: veglia, sonno e sonno profondo.

Tripura-Sundari è la Dea che regge le tre cittè e ne costituisce la quarta, lo stato di unione mistica del Samadhi. Sundari significa bellezza, adorare Sundari significa ricercare il divino attraverso la bellezza trascendente che si manifesta quando vediamo la luce dell’intero universo in noi stessi, ossia la vera bellezza, quella eterna e perennemente luminosa, la bellezza dell’Assoluto.

Ella possiede tre personalità : Bala (la figlia), Tripura-Sundari (la bella) e Tripura-Bahiravi (la terribile).

Bala è raffigurata come una graziosa fanciulla di sedici anni ed è generalmente l’aspetto più accessibile al giovane aspirante devoto.

Tripura-Sundari è anche la Dea della conoscenza vedantica e del supremo Sè, Ella ci insegna che ogni cosa è Brahman, difatti è una divinità molto amata dagli Swami e dai maestri del Vedanta ( Adi Shankaracharya ,il fondatore dell’ordine dei Dashnami Sannyasi fu il compositore di un bellissimo testo Tantrico ,”Soundarya Lahari” dove decanta le lodi di Tripura Sundari).

E’ anche Lalita, colei che gioca, l’universo intero è il gioco della divina Madre, Ella è la divinità dello Shri Chakra che permea l’intero universo, è identificata anche con la Luna ed il suo splendore, immagine visibile del piacere, ed è contemplabile al meglio quando è piena e colma di luce poichè Tripura-Sundari è Luce, la Luce del Brahman, la Luce dello Shri Chakra, la Luce del Soma, la Luce della Bellezza divina.

Sundari corrisponde al nostro 7° Chakra (Sahasra Padma) sulla sommità del capo. Si può venerare Tripura-Sundari meditando sul Sè e concentrandosi sullo Shri Chakra.

Tripura Sundari e’ la divinita’ principale nella tradizione Sri Vidya.

 

BHUVANESHVARI

(Spazio)

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Bhuvaneshvari è la regina dell’universo, l’universo è il Suo corpo, Ella è Aditi, l’infinita ed indivisibile Madre; è spazio in tutti i livelli di manifestazione (fisico, mentale e di coscienza) ed ha quindi uno stretto legame con Tripura-Sundari.

Bhuvaneshvari è la Signora dei mondi, la materia prima da cui tutte le materie hanno origine (Prakriti) è Madre Natura,è il Cosmo personificato e tutti gli esseri esistenti non sono altro che ornamenti del Suo immenso essere.

Questa Dea ci aiuta ad andare oltre ogni classificazione e/o discriminazione di sesso, di razza, di credo o di qualsiasi altro genere, essendo Lei tutto e partendo quindi tutto da Lei. Mentre Kali crea gli eventi del tempo, Bhuvaneshvari crea gli oggetti dello spazio, ogni luogo ed ogni spazio non sono altro differenti fasi dell’infinita danza di Madre Bhuvaneshvari, la Signora dei quattro punti cardinali, i quattro aspetti del Suo essere, l’est come inizio, il nord come illuminazione, l’ovest come maturazione, il sud come completamento.

Bhuvaneshvari è chiamata anche Maya, ossia illusione, la nostra assidua mania (ego) di misurare, contare, catalogare, classificare ci fa percepire la grande Madre come grande illusione, ci fa dimenticare la grande unitè della Dea di cui facciamo parte anche noi.

Ella è pace, lo spazio è vera pace e perfetta equanimità , è potere infinito della serenità . Il suo mantra è “HRIM”e può essere venerata anche attraverso l’osservazione dello Shri Yantra ma può essere utilizzato anche il mantra “MA”che è il suono originale della Madre, la Madre di tutti gli esseri.

Bhuvanesvari è lo spazio, di conseguenza siamo sempre situati in Lei  e nel nostro corpo (fisico o sottile che sia) Lei è situata in noi, ovunque, tuttavia può esservi una particolare corrispondenza con lo spazio all’interno del cuore.

Si può venerare Bhuvaneshvari meditando con equanimità sullo spazio.

BHAIRAVI

(Energia)

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Bhairavi “la terrifica”, rappresenta la Divina Energia di Tejas. Ella è il supremo potere della parola che nasce dal Fuoco, ed è quindi parola nella sua prima forma immanifesta.

E’ identificabile con Durga, la potentissima Dea guerriera che salva dalle difficoltà distruggendo ogni sorta di demone ed è quindi relazionata anche a Tara, difatti entrambe sono salvifiche ed entrambe rappresentano la parola ma mentre Tara è parola illuminata, Bhairavi è parola suprema, sottile, all’origine del verbo rappresentato da Tara.

Bhairavi alimenta Tapas e aiuta nel sacrificio, dona controllo ai sensi delle emozioni e del potere sessuale distruggendo con il fuoco gli ostacoli rappresentati dalle nostre brame e dalle nostre passioni e dona felicità e benessere di liberazione ad ogni essere.

Bhairavi è identificabile anche come la forte energia Kundalini, la potenza latente che giace in ciascun individuo e che non deve essere svegliata se non si è pronti a ricevere il Suo potentissimo Fuoco.

Il mantra di Bhairavi è il potentissimo “HSRAIM HSKLRIM HSSRAVH”, esso ha il potere di distruggere le negatività e di svegliare l’energia Kundalini, deve quindi essere adoperato con estrema cautela.

Ella è nota anche come “la donna guerriera”, difatti viene spesso invocata per sterminare i demoni interiori che intralciano il nostro cammino spirituale, in particolare i demoni delle passioni sensuali e delle bramosie fisiche, Bhairavi è loro acerrima nemica.

Lei è la Dea della triplice qualità: Agni, Vidyut e Surya (Fuoco, Fulmine e Sole) ossia le tre forme di Luce con cui si manifesta a livello visibile e terrestre. Ella aiuta chi lavora su se stesso con diligenza e sacrificio ed è molto vicina a chi pratica con costanza e diligenza yoga e meditazione.

Nel nostro corpo Bhairavi risiede alla base della spina dorsale, e come Kundalini è presente nel primo Chakra (Muladhara),  ma è molto pericoloso svegliarLa se non si è pronti a confrontarsi con Lei.

 

Si può venerare Bhairavi offrendoLe qualcosa a cui si è molto attaccati, ossia desideri, passioni, pensieri e parole.

 

 

CHINNAMASTA

(Percezione)

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Con la testa mozzata da una sua stessa azione rappresenta ciò che causa la trascendenza della mente, e quindi il taglio dell’ego ed il raggiungimento della verità aldilà della realtà percettiva.

Ella ci porta a non identificarci con il nostro corpo. Chinnamasta, colei che decapita se stessa, è quindi il potere di trasformazione in azione, è la distruttrice dell’ultimo e più feroce nemico: l’ego, “ahamkara”, l’identificazione che abbiamo con noi stessi

. E’ anche associata alla consorte del Dio Indra, lei è Vajra Vairochani, colei che risplende con la saetta. E’ quindi energia elettrica di trasformazione, è il tuono e il fulmine.

Mentre Kali regna questa forza genericamente, Chinnamasta è la stessa forza diretta e istantanea. Lei è la percezione diretta, la pura vista che rivela l’infinito dietro tutte le forme.

Chinnamasta è anche Kundalini nell’atto di rompere Rudra Gronthi, quindi rappresenta il libero fluire dell’energia nel Sushumna, Ella provoca la salita di Kundalini verso il terzo occhio ,compiuto questo passo, la nostra coscienza realizzera la sua vera natura.

Chinnamasta è strettamente legata a Kali e spesso rappresenta proprio la forma più terrificante della Dea nera poichè Chinnamasta domina il preciso istante in cui Kali distrugge, devasta e uccide.

Essendo una Dea estremamente feroce ha un intenso rapporto anche con Bhairavi e domina tutte le energie dell’atmosfera, Ella è la scossa elettrica che crea un tramite tra il cielo e la terra e che fulmina l’ignoranza e ci eleva in alto verso i più alti livelli della Saggezza.

E’ molto venerata da coloro che cercano il raggiungimento di poteri magici e occulti ed è oggetto di meditazione e venerazione anche durante alcuni pericolosi rituali molto particolari che in molti chiamano “magia nera”.

Chinnamasta corrisponde al 6° Chakra, il Terzo Occhio (Ajna) che è il Suo principale campo d’azione ma dato il Suo immenso potere, Ella con la sua Energia può essere ricondotta a qualsiasi Chakra. A Lei, inoltre, sono particolarmente legate la vista ed ogni tipo di percezione.

Si può venerare Chinnamasta praticando Jnana Yoga e meditando sul processo percettivo.

DHUMAVATI

(Vuoto)

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Dhumavati è raffigurata come la più anziana tra le Dee, e’ la conoscenza che arriva attraverso pesanti e dolorose esperienze.

La Sua natura non è quella di illuminare bensì di oscurare, tuttavia oscurare una cosa significa rivelarne un’altra. Dhumavati oscura ciò che è evidente in modo da svelare il nascosto ed il profondo.

Ella è una vedova, una Shakti senza Shiva, difatti a differenza di tutte le altre divinità femminili non ha alcuna controparte maschile, è pura energia ma allo stato latente, priva di volontà d’azione, rappresenta quindi le energie potenziali e inerti che ciascun individuo possiede.

Dhumavati esprime anche ciò che esteriormente percepiamo come povertà , sfortuna, sofferenza, dolore, e tutto ciò di cui abbiamo paura nella vita, ma tutte queste “negatività ” possono portarci a progredire, a crescere spiritualmente ed a coltivare nel migliore dei modi qualsiasi esperienza, anche la più triste e dolorosa.

Dhumavati è “il bene celato nel male”, è ciò che ci ostruisce nella vita di tutti i giorni, ciò che ci ostacola ma che allo stesso tempo ci porta a sviluppare nuovi potenziali grazie all’esperienza donataci dalle avversità della vita.

Dhumavati è l’oscurità , il nulla, l’ignoranza che non ci permette di vedere, l’ignoranza dell’ego che provoca dolore e sofferenza, ma nel momento in cui riconosciamo l’ignoranza come tale, Ella ci rende consapevoli del penoso stato di egoismo in cui viviamo e ci consente di iniziare il nostro cammino verso la Verità .

Lei è la forma anziana di Kali ed è venerata da coloro che cercano di eliminare le proprie influenze negative. Si può riconoscere Dhumavati osservando i luoghi abbandonati, le zone vuote, fatiscenti, desolate, desertiche. Dhumavati è un’altra Dea che risiede in prossimità del cuore, ma rispetto a Kali la sua energia è molto debole e non è facile da percepire pur essendo sempre presente.

Si può venerare Dhumavati meditando sul silenzio dei pensieri e sul vuoto mentale come realtà suprema.

 

BAGALAMUKHI

(Immobilita’ )

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Come Tara, Bagalamukhi (o Bagala) è la Dea della parola, è colei che con il verbo crea stabilità definitiva, giusta conclusione e silenzio; è il potere di zittire, mette fine ad ogni conflitto e confusione, dona la capacità di affrontare le forze ostili, i pensieri negativi e le emozioni nate dall’ego;

Ella è simile a Bhairavi, ma mentre Bhairavi brucia i nemici, Bagalamukhi li immobilizza; è anche simile a Chinnamasta, ma mentre questa da un taglio alle illusioni, Bagalamukhi placa le false contraddizioni della mente.

Il Suo potere è “Stamghana”, ossia strappare o paralizzare le energie che ci attaccano (pensieri generati dalla nostra mente o influenze esterne), è anche il potere di zittire gli altri rendendoli impotenti ed il potere di ipnotizzare.

Bagalamukhi ci garantisce il completo controllo sui nostri pensieri e sulle nostre azioni, difatti è considerata anche la Dea dello Yoga, della meditazione e dell’immobilità delle “asana”.

Lei cambia ogni cosa nel suo opposto: come la parola in silenzio, o l’ignoranza in conoscenza e ci aiuta a conoscere l’opposto di ogni situazione.

 L’arma con la quale Bagala immobilizza i nemici è il Brahmastra, l’arma del Brahman: “Chi sono io?”, questa semplice domanda può essere capace di placare qualsiasi tipo di pensiero, perseverando su questa domanda con diligenza e continuità si giungerà alla conclusione che pur conoscendo ln determinazione su tale concetto si giungerà a considerare privo di importanza qualsiasi pensiero, qualsiasi riflessione che non faccia riferimento a tale importantissima indagine introspettiva, “Chi sono io?”, in tal modo il potere di Tara e del verbo si trasformeranno nel potere di Bagalamukhi.

Nel nostro corpo esiste un punto di incontro tra occhi, orecchi, naso e lingua, in sanscrito è chiamato “Indra-yoni”, è la regione in cui risiede Bagala, che per la precisione è situata nella zona del palato soffice.

Il Chakra a cui è connesso il 6°, (Ajna), ma a livello corporeo trova corrispondenza anche con il centro del cuore.

Si può venerare Bagalamukhi con l’immobilità , l’introspezione, il controllo della parola e la forte concentrazione.

MATANGI

(Conoscenza)

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Matangi è la Dea che personifica il potere che penetra nella mente e nei pensieri, difatti letteralmente il termine Matangi vuol dire “pensiero”, “opinione”.  Ella è espressione di conoscenza, talento, arte, danza e musica, è la grande insegnante delle arti ed è possibile contemplarla tramite la musica, suonando e cantando per Lei.

Il Suo nome significa anche “selvaggia”, “appassionata” ed “elefante femmina” difatti è strettamente correlata a Ganesha, e come Ganesha, della quale è spesso definita la consorte, rimuove gli ostacoli e dona conoscenza.

Matangi è l’ultima delle tre dee correlate al Verbo Divino (Tara, Bhairavi, Matangi) ma Ella è denominata anche “l’impura” o “la fuori casta”, perché rappresenta il verbo “parlato” e quindi limitato: Lei è l’apparenza visibile della più elevata conoscenza; il Suo essere definita “fuori casta” è anche relazionato al Suo bizzarro temperamento artistico che sfida ogni norma sociale, ma allo stesso tempo e’ detta anche  “Mantrini” in quanto possiede poteri su tutti i mantra e sulle vocalizzazioni.

Ella è anche la consigliera di Tripura-Sundari e tramite i mantra comunica con tutte le divinità. Matangi governa ogni forma di conoscenza e di insegnamento non soltanto inerente alle arti ed alle parole, Ella rappresenta difatti tutti gli insegnamenti dei Guru e della Tradizione, rappresenta la continuità spirituale della Tradizione nel mondo, chi Onora Matangi onora tutti gli insegnamenti delle Sacre Scritture e tutti gli insegnamenti dei più grandi Maestri del Sanatana Dharma.

Nel nostro corpo sottile Matangi ha la sua dimora nel  5° Chakra (Vishuddha) all’altezza della gola, ma risiede anche sulla punta della lingua, dove esiste corrispondenza con un canale sottile che lega la lingua al Terzo Occhio, tale canale è detto Sarasvati ed è la dimora prediletta di Matangi, essendo quello il dotto principale dove fluisce l’ispirazione artistica.

 

Si può venerare Matangi recitando gli insegnamenti dei Guru e le Sacre Scritture, cantandole in sanscrito e suonando.

KAMALATMIKA

(Gioia)

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Kamalatmika (o Kamala) è la Dea nata dall’oceano, è la Grande Madre che fa avverare i desideri. Come Sundari è connessa con l’Amore ed il desiderio.

Mentre Sundari genera la beatitudine dalle percezioni del Sè, Kamalatmika governa la beatitudine e la bellezza nell’esterno.

Ella è la manifestazione della bellezza sulla Terra, è la dea del benessere e del successo ed è colei che concede agli uomini tali piaceri ma Kamalatmika deve essere venerata per ottenere benessere spirituale, il benessere (anche materiale) che Lei dona si ottiene senza alcun attaccamento e senza bramosia.

Kamalatmika è la forma di Lakshmi legata a Kali e ci fa comprendere che la materia è soltanto transitoria. Ma allo stesso tempo Kamala è anche la Dea del Loto, il più sacro di tutti i fiori, e quella del fior di Loto è la Sua natura: infinita Bellezza, Gioia Divina, Estasi e Grazia di Dio.

Kamalatmika è come Sundari,ha il dominio sulla bellezza e sullo splendore, ma mentre Sundari  governa maggiormente la bellezza “sottile” ed “interiore”, Kamala  governa le forme esterne delle meraviglie naturali.

La bellezza di Kamala è visibile osservando la bellezza dei fiori, la bellezza del cielo, la bellezza dei mari, dei fiumi, dei tramonti, tanti riflessi, molteplici e temporanei di un’unica immensa bellezza, eterna ed infinita: l’Assoluto.

E’ l’ultima delle dieci Mahavidya ed è il potere che si manifesta anche sul piano materiale, rappresenta la forma più concreta della Dea all’interno della materia percepibile tramite i cinque sensi.

Grazie a Kamala noi riusciamo a comprendere il Divino anche nelle cose più “banali”, più “scontate”, dal fiocco di neve che cade al fiore che sboccia, dal Sole che sorge alla nuvola che viaggia, dal bambino che gioca, al pesce che nuota, all’uccellino che cinguetta.

Quando percepiamo il divino grazie alla poesia di queste piccole meraviglie, noi percepiamo l’essenza  di Kamalatmika.

La sua posizione nel nostro corpo è all’altezza del cuore e corrisponde al 4° Chakra (Anahata). Si può venerare Kamalatmika riconoscendo il divino splendore  nelle cose materiali, apprezzando e rispettando tutte le bellezze della Natura.

 

 

 

 

Come abbiamo potuto notare, le dieci Mahavidya possono essere divise in due gruppi: le “benevole” e le “terrifiche”.

Le Dee terrifiche sono: Kali, Bhairavi, Chinnamasta, Bagalamukhi e Dhumavati; mentre il gruppo delle benevole è costituito da Sundari, Bhuvaneshvari, Matangi e Kamalatmika. Tara occupa una posizione intermedia tra le due categorie in quanto è dotata di entrambi gli aspetti.

Ogni Mahavidya e’ associata ad un Bija mantra  e mettendo i dieci bija insieme avremo il mantra delle dieci mahavidya:

SHRIM HRIM KLIM AIM SOUH TAHA DHUM HLIM KRIM TRIM

dividendo tale mantra in due sezioni avremo :

SHRIM HRIM KLIM AIM SOUH ( Kamala , Bhuvaneshwar, Bhairavi, Matangi, Sodasi)

THAH DHUM HLIM KRIM TRIM ( Chinnamsata, Dhumavati, Bagalamuki, Kali ,Tara )

il primo gruppo corrisponde ai mantra dello Sri Vidya

il secondo gruppo corrisponde ai mantra del Kali Vidya.

La funzione principale delle divinità definite terrifiche è quella di “uccidere”, di “distruggere”, di “annientare”, e quindi di estirpare radicalmente l’ignoranza e le bramosie dell’ego dal nostro essere, il che non è sempre un processo indolore, ma è  sempre un processo necessario.

Il compito delle divinità definite benevole è quello di elargire il più possibile la Conoscenza e l’Amore per essa, e senza Amore per la Conoscenza nessun cammino spirituale potrà giungere alla meta finale.

Incamminarsi verso il sentiero tracciato dalle Mahavidya porterà ogni individuo ad amare Kali nel tempo e nelle trasformazioni, Tara nel suono e nel silenzio, Tripura-Sundari nella luce, Bhuvaneshvari nello spazio, Bhairavi nelle energie, Chinnamasta nella percezione, Dhumavati nella vacuità, Bagalamukhi nell’immobilità, Matangi nell’arte e nella conoscenza e Kamalatmika nella bellezza e nella gioia dell’intero universo, per poter giungere finalmente alla comprensione ed alla vera sperimentazione dell’Energia Shakti, la grande Potenza Divina.

Aghora

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“Il mondo Ti considera infausto, o Distruttore che giochi nello smashan, cosparso delle ceneri delle pire funerarie, che indossi una collana di teschi umani, con demoni che divorano i cadaveri per compagni. Ma per quelli che Ti ricordano con devozione, o Tu elargitore di doni, sei supremamente auspicioso”

(Shiva Mahimna Stotra, 24)

Nella antica città indiana di Benares arde da millenni un Fuoco Sacro inestinguibile. La lucente città di Shiva  il è sempiterno teatro dell’incessante ardore delle pire funebri, perenni, molteplici, costanti, disposte a centinaia, lungo le sponde del divino Gange. Il Manikarnika Ghat (detto anche Mahasmashan) è il più grande campo di cremazione della città , ed è uno dei luoghi più sacri di tutta l’India; bruciare al Manikarnika il proprio corpo fisico, giunto ormai al termine della sua effimera esistenza, è una delle massime aspirazioni di ogni induista. Da ogni parte dell’India e anche oltre, centinaia e centinaia di persone, anziane e malate, si recano là ogni giorno ad attendere serenamente la propria dipartita, mentre dai treni vengono scaricati innumerevoli corpi umani, ormai già privi di vita, giunti anch’essi da molto lontano per poter avere accesso al sacro fuoco di Benares. In quel luogo dove l’aria è satura di morte, dove il denso fumo delle cremazioni compenetra ogni cosa con il suo acre odore, là dove grossi uccelli neri si contendono voracemente brandelli umani ed ossa, in quel luogo dove uomini e donne d’ogni casta e d’ogni età divengono cenere in egual maniera, è lì che è possibile scorgere l’ Aghori in meditazione accanto alla pira. In sanscrito il termine “Ghora” significa “tenebra”, “oscurità” “ignoranza”, quindi con l’aggiunta della A privativa si ottiene “Aghora”, ossia mancanza di oscurità , dissipamento delle tenebre dell’ignoranza, luce, verità . L’Aghori è un sadhu, un asceta che ha intrapreso un particolare cammino di purificazione alla ricerca della verità suprema, ma ciò che contraddistingue gli Aghori dai tanti altri sadhu hindù è la loro singolare condotta di vita.

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Gli Aghori mangiano qualsiasi tipo di carne, a volte perfino carne umana, in genere pezzi di cervello estratti dai crani con i quali stanno sempre a stretto contatto (i teschi umani sono anche la loro ciotola per il cibo ed il loro bicchiere). Fanno spesso uso di alcolici, cannabis e hashish, e durante alcuni dei loro rituali assumono atteggiamenti che per la società hindu’ sono considerati di estrema impurità , come ad esempio l’avere rapporti sessuali (talvolta incestuosi) con donne durante il loro ciclo mestruale, assumere oralmente feci, mestruo, urina, pezzi di carne in decomposizione. I corpi senza vita sono una costante nelle loro pratiche, è abitudine per loro meditare adagiati ai cadaveri in putrefazione e sono sempre circondati da simboli di morte, non a caso, come Shiva nel suo aspetto più terrifico, essi amano vagare tra le pire funerarie,cosparsi di cenere e adornati da frammenti umani tra cumuli di ceneri ed ossa calcificate (runda-munda) attorniati da cani scheletrici e sciacalli affamati. Gli Aghori si propongono di superare la barriera più difficile da abbattere per l’essere umano: quella dell’illusione, ossia ciò che infligge all’uomo la sua visione dualistica dell’esistenza: vita/morte, sacro/profano, bene/male, morale/immorale, ecc. Per fare questo devono distruggere tutte le convenzioni umane, tutte le sovrastrutture psicologiche, tutti i “taboo”, devono infrangere ogni singolo “schema”, ogni categorizzazione.

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Per gli Aghori la differenza che vi è tra “sacro” e “profano”, tra “puro” e “impuro”, tra “bene” e “male” altro non e’ che frutto del MAYA (illusione). Lo “schifo”, l'”orrore”, l'”osceno”, per gli Aghori sono semplici effetti dell’Ego, che altro non e’ che un muro da abbattere.

Fondamentale e’ il superamento del concetto dualistico “vita/morte”, questo è il motivo per cui sono continuamente circondati da scheletri e cadaveri: non esiste alcuna differenza tra la vita e la morte e l’Aghori deve riuscire ad assimilare dentro di se questa suprema realtà e deve riuscirci con ogni mezzo che la materia gli offre, deve superare il muro della dualità.

Il Tantra e’ per sua natura un percorso di purificazione alchemica, e l’Aghori Baba e’ il maestro della via più “estrema” di tale purificazione, nota in Occidente anche come “Vama Marg” o “Via della Mano Sinistra”: trascendere la materia grazie alla materia stessa, sperimentando quindi ogni aspetto di essa, anche il più inquietante, il più osceno, il più raccapricciante, il più doloroso; soltanto in questo modo l’asceta potrà essere purificato e libero dall’illusione. Data la sua particolare natura, tale cammino e’ assolutamente riservato a pochissimi, proprio per questo motivo gli Aghori sono davvero molto pochi, oltre che poco conosciuti, basti pensare che in tutta l’India se ne conteranno al massimo un centinaio; il nucleo più noto gravita attorno all’ ashram Kina-Ram e tra le pire funebri di Benares. Molte persone del luogo affermano che essi siano capaci di interagire con gli spiriti dei morti nei campi di cremazione e che dialoghino con loro grazie alle arti magiche di cui sarebbero grandi conoscitori. Non pochi affermano addirittura di aver visto degli Aghori riportare in vita alcuni defunti durante le loro sadhana shava (meditazioni sui cadaveri).

Filosofia Aghora

Tradizionalmente gli Aghori vengono definiti avadhut, ossia ricercatori spirituali giunti aldilà di ogni convenzione, di ogni preoccupazione, di ogni emozione, di ogni dogma sociale, morale o religioso. L’unico interesse nella vita di questi asceti è il concentrarsi nella perenne visione della Madre (Shakti) in ogni aspetto dell’esistenza, sia anche il più terrifico e orripilante, Ella è ovunque e qualunque cosa guardino gli occhi di un vero Aghori, essi vedranno sempre la Madre in tutto il suo splendore. Tale tradizione trae origine da un particolare aspetto del divino Shiva, per la precisione da uno dei cinque volti del Panchanana, noto anche come “Shiva dalle cinque teste”, raffigurazione iconografica in cui il Signore della Distruzione della Trimurti hindù assume tutti i Principi divini. Tali volti sono collegati quindi al quintuplice potere della Divinità e trovano le loro corrispondenze anche con i cinque sensi e i cinque elementi

– Sadyojata (creatività – terra – olfatto)

– Vamadeva (conservazione – acqua – gusto)

– Aghora (distruzione/rigenerazione – fuoco- vista)

– Tatpurusha (illusione – aria – tatto)

– Ishana (liberazione – etere – udito)

sada shiva 5 MUKHI

Delle cinque facce di Shiva, Aghora è considerata la più terrificante, specialmente da chi è totalmente estraneo alla Tradizione, per altri invece, tale volto rappresenta non solo un importante principio universale, ma anche un vero e proprio cammino iniziatico.       Aghora è la strada più semplice per giungere a Dio se chi la segue è svincolato dalle proprie barriere mentali, se egli è quindi il distruttore dei propri limiti egoici; allo stesso tempo essa è la strada più complicata e dolorosa se chi la segue non è ancora in grado di frantumare le illusioni generate dal proprio Ego, per poter così rigenerarsi in un nuovo stato di coscienza, quello della “non dualità” (Advaita). Come l’Aghori Baba Kina-Ram afferma nel Vivekshar, l’essere vivente (Jivatman), il Dio (Paramatman) e il Mondo creato, sono Uno, un tuttuno in cui non vi è alcuna distinzione. Tale realta’ ultima (Nirguna-Brahman) è quindi libera dalle tre qualità fondamentali o guna:sattvarajas e tamas (equilibrio, dinamicità, inerzia).

Questo Dio senza forma pervade tutte le cose ed e’ come lo spazio che pervade l’intero Cosmo. Quando invece il Divino è concepito da un punto di vista devozionale  (Bhakti), lo stesso Nirguna-Brahman viene diviso in due categorie separate: “adorato” e “adoratore”. A tal punto il Jivatman e’ chiamato Hamsa (cigno) mentre Parmatman (Dio) e’ chiamato Paramhamsa, il grande cigno. Quando un Jivatman, un cigno, raggiunge la completa liberazione, egli ascende alla categoria di grande cigno (Paramhamsa). La distinzione tra Jiva e Parmathman (o Brahman) sorge per l’intervento di Avidya (ignoranza), ossia l’atto di imporre con la mente una caratteristica fittizia sulla vera natura di qualcosa. Uno dei più popolari esempi per descrivere tale condizione è quello della corda e del serpente. Se camminando in un bosco di sera, quando c’è poca luce, scorgiamo una corda attorcigliata su se stessa nella penombra, essa potrà facilmente apparire ai nostri occhi come un insidioso serpente, allora la nostra mente avrà paura di quella innocua corda perché la percepirà come una minaccia e molto probabilmente presi dal timore scapperemmo via; ma se invece riuscissimo ad avere il coraggio di avvicinarci, di osservare meglio la corda e di toccarla con mano, allora il serpente minaccioso, frutto dell’ ignoranza, svanirà in un istante. La nostra ignoranza ci fa percepire ogni cosa illusoria come quel serpente (maya); l’Aghori Baba Kina Ram ci insegna che vivere nell’illusione  equivale ad uno stato di perenne incatenamento (upadhi), divenire liberi da tale oppressiva condizione e concepire la vera natura dell’Universo, come quando si afferra la corda con la mano, equivale alla completa liberazione (samadhi).

Il Samadhi si raggiunge dissociando la mente dagli aspetti superficiali ed illusori del mondo, permettendo così  al Jiva di contemplare la sua vera natura, ossia Brahman. Tutto ciò che noi percepiamo in realtà è effimero, anche il nostro corpo fisico. Le nostre aspirazioni, i nostri desideri, le nostre aspettative, le nostre convinzioni, finiscono tutte con il corpo, quindi concependo realmente la nostra natura corporea come temporanea e relativa, cesserà di esistere l’identificazione con il nostro corpo fisico e quindi con le brame materiali generate dall’ego: questo è difatti il fine di ogni cammino ascetico. La distinzione illusoria tra Jiva e Brahman è in un certo senso il prodotto dello stesso processo della creazione. Baba Kina-Ram lo descrive in tal modo: all’inizio vi era il senza forma,  il senza nome, l’Essere Primo (Sat-Purusha), dal Suo desiderio esplose un immenso universo che diede vita alle tre divinità maschili: (Brahma, Vishnu e Shiva)  e all’energia femminile (Shakti), da questi emersero i cinque fondamentali elementi: AkâshaVâyuTêjasApPrithvî (Etere, Aria, Fuoco, Acqua e Terra) da cui si formò l’intero Cosmo. Dato che tutto fu creato dagli stessi elementi primari, ciò che esiste fuori dal mondo esiste anche all’interno dell’essere; quindi finchè il Jiva si auto-identificherà con la realtà effimera, mutevole e impermanente, esso resterà fondamentalmente limitato ad essa, fino a quando esisterà l’ego che limiterà la natura del Jiva, esso non si identificherà mai con l’Atman (e quindi con il Brahman). Come ci insegna Baba Kina-Ram, con la pratica delsadhana, lo Yogi dissocia i propri sensi dal mondo esterno e mette a fuoco ciò che giace all’interno di sè: il luminoso mondo del sempiterno Brahman, tale processo di ricerca alimenta l’Amore per il Divino e lo focalizza all’interno dell’uomo.

 

Baba Kina-Ram

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Gli Aghori affermano che la loro tradizione ebbe inizio con il divino Shiva e che fu poi ripresa da Dattatreya e reintegrata nel diciassettesimo secolo da Baba Kina-Ram. Egli nacque nel 1536 nel villaggio di Ramagarh, vicino Benares, dove è da tutti considerato un santo illuminato. Nonostante la sua riluttanza, all’età di dodici anni fu costretto a sposarsi secondo i costumi dell’epoca; si narra che tre giorni prima della data prevista per le nozze, il giovane volle a tutti i costi mangiare un piatto di riso bollito nel latte,  pietanza generalmente considerata di cattivo auspicio, essendo tradizionalmente consumata in occasione delle ricorrenze funebri. Il giorno seguente, la famiglia del giovane Kina-Ram ricevette l’infausta notizia del decesso della fanciulla promessa in sposa al ragazzo,  tale evento destò lo stupore di tutti coloro che lo videro mangiare cibo di lutto il giorno prima dell’accaduto. Alcuni anni dopo abbandonò casa e famiglia e vagò errando solitario finche giunse al villaggio di Gazipur, dove risiedeva il santo Shivaram della setta dei Ramanuja; Kina-Ram decise di dedicare se stesso al totale servizio del Guru e così fece per un certo periodo di tempo. Shivaram era anche un uomo sposato, un’asceta capofamiglia, e il giorno in cui la sua prima moglie morì decise di sposarsi nuovamente, a Kina-Ram tale cosa non piacque  ed andò via errando senza meta, alla ricerca di un nuovo Guru. Giunse così al villaggio di Naidih, dove s’imbattè in  un’anziana donna che sedeva in lacrime solitaria,  le chiese quale fosse il motivo della sua  sofferenza ed ella rispose che gli uomini dello Zandimar avevano rapito suo figlio poiché non era riuscito a pagare le tasse; Kina-Ram si recò quindi al palazzo dov’era rinchiuso il prigioniero e chiese che questi venisse lasciato libero; lo Zandimar rispose che avrebbe acconsentito alla sua richiesta soltanto in cambio di oro; a quel punto Kina-Ram chiese ai guardiani del palazzo di scavare la terra posta sotto i piedi del giovane prigioniero e quando lo fecero trovarono un immenso tesoro. Il ragazzo fu lasciato libero e sua madre lo convinse a seguire  Kina-Ram come un  fedele discepolo; anche il maestro accettò di tenerlo con se ed iniziò il suo lungo viaggio presso Girnar assieme al suo nuovo amico di nome Bijaram.

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Giunti alla meta, Kina-Ram andò a meditare da solo sulla cima del monte, dove gli apparve Dattatreya che lo iniziò alla Tradizione Aghora. Sceso dal monte tornò da Bijaram e si recò assieme a lui presso Junagadh. Si racconta corresse l’anno 1668 quando Bijaram venne rapito dai musulmani che regnavano nella città di Junagadh, mentre praticava l’elemosina per le strade come prescritto dalle sue pratiche ascetiche. Giunto nella prigione, Bijaram vide che quel luogo era pieno di asceti che venivano utilizzati per macinare il grano girando a mano i mulini. Durante la sua meditazione Kina-Ram percepì il rapimento di Bijaram; scese anch’egli per strada a chiedere elemosina e la stessa sorte toccò anche a lui. In prigione gli affidarono un mulino con cui lavorare per macinare il grano, Kina-Ram ordinò a voce che il mulino facesse da solo il suo lavoro, ma non accadde nulla, allora lo colpì forte con un bastone e tutti i novecentottantuno mulini presenti nel carcere si azionarono da soli e macinarono tutto il grano. Quando il governatore islamico venne a sapere di tale miracolo volle parlare direttamente con Kina-Ram e lo invitò a palazzo al suo cospetto assieme al suo discepolo Bijaram. Giunti al palazzo del potere, il governatore musulmano offrì delle gemme preziose al miracoloso prigioniero che aveva d’innanzi a se, ma questi se le infilò in bocca e poi le sputò via, affermando che le pietre preziose non sono né dolci né acide. A quel punto il governatore chiese a Kina-Ram un’altra occasione per poterlo servire e l’asceta rispose: “Se questo è ciò che vuoi, dona due libbre di farina in mio nome ad ogni asceta e cercatore che viene nella tua città.” Il governatore acconsentì e lasciò liberi tutti i prigionieri.

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Kina-Ram si spostò in ritiro sull’Himalaya  per un lungo periodo di pratiche ascetiche; successivamente s’incamminò verso Benares, dove raggiunse il campo di cremazione di Harishchandra Gath. In quel luogo dimorava un’asceta Aghora di nome Baba Kaluram, che era solito parlare con le teste dei corpi che aspettavano di essere cremati sulla pira. Quando vide Kina-Ram, Kaluram gli rivelò che era molto affamato e chiese lui di procurare un po’di pesce. Kina-Ram guardo’ il Gange e disse “Ganga dammi un pece” ed un grosso pesce saltò fuori dall’acqua cadendo sulla riva. Kina-Ram lo arrostì e lo mangiarono assieme. Poco dopo,  Kaluram osservò un corpo senza vita che galleggiava sul fiume; “Guarda quel corpo, viene verso di noi” disse rivolgendosi a Kina-Ram ed egli rispose: “Non e’ un corpo, è vivo!”. Allora Kaluram lo sfidò: “Se è vivo chiamalo”. Kina-Ram urlò verso il corpo, questi galleggiò verso di lui e poi si alzò in piedi sulla riva, era un giovane ragazzo, “vattene a casa” gli disse Kina-RamIl giorno seguente la madre del ragazzo riportato in vita si recò dal santo Aghora che l’aveva resuscitato e disse: “Maharaj tu hai ridato vita  al mio figlio, da oggi egli appartiene a te”,  Kina-Ram prese il ragazzo con se e gli diede il nome di Ram Jiyawanram, questo fatto si pensa sia accaduto nel 1698 circa. Dopo aver visto ciò, Baba Kaluram rivelò a Kina-Ram la sua reale forma divina e lo portò a Krin-kund  Shivala a Kashi (Benares) e gli disse che quello era il Girnar, e che tutti i luoghi di pellegrinaggio del mondo sono in realtà lì presenti (alcune persone credono che Baba Kaluram iniziò in quel momento Kina-Ram rivelandogli il Mantra Aghora, altri invece sostengono che egli fu già iniziato alla tradizione Aghora da Dattatreja al Girnar. Da quel giorno Kina-Ram iniziò a vivere al Krin-Kund e raccolse tutti i suoi pensieri e le sue memorie in un testo intitolato Vivekshar. Si dice che abbia lasciato la sua forma mortale nel 1714 circa, all’età di centocinquantuno anni.

 

Pratica Aghora

 

La natura dell’Aghora è come quella del Fuoco, esso non discrimina nessun corpo, nessuna forma, con le sue fiamme ardenti brucia qualsiasi oggetto, “puro” o “impuro” che sia. La via dell’Aghora dunque coltiva un modello di vita totalmente non discriminatorio, aldilà di qualsiasi dualismo o catalogazione. Se la natura del Fuoco è bruciare e purificare, anche l’Aghora svolge un compito di assoluta purificazione per il cercatore, facendo si che la sua mente ed il suo spirito siano cosi puri da giungere a vedere in essi come in ogni altra cosa, la luce della fiamma divina che arde in ogni essere della creazione.

La tradizione Aghora è strettamente collegata anche alla setta Sarbhang, che è presente maggiormente in Bihar. Si parla di sei correnti di questa tradizione, iniziate da sei differenti precettori che sono appunto Baba  Kina-Ram (di cui abbiamo parlato), Binakhram, Tekmanram, Sadanand Baba, Balkhandi Baba e Lakshmi Sakhi. Dunque sei diverse scuole di un’unica grande Tradizione. Gli Aghori o gli asceti Sarhbang che hanno ottenuto la liberazione sono chiamati siddha e il popolo si aspetta di essere aiutati da loro nel curare vari tipi di problemi fisici,mentali e spirituali. Nel Athara-veda, Rudra (lo Shiva vedico) viene descritto come il grande dottore che cura i problemi causati dagli spiriti e dai fantasmi e i cani sono visti come suoi compagni. Questa rappresentazione di Rudra è traslata negli Aghori e dei Sarhbang di oggi.

 

aghora

Gli Aghori possono essere divisi in due diverse categorie: i Nirvani e i Gharbari. Mentre i Nirvani puntano alla rinuncia dei beni materiali e alla pratica solitaria in luoghi tipici come campi di cremazione; i Gharbari possono essere anche sposati, avere una famiglia e condurre le loro pratiche tantriche tra le mura di casa. Baba Kina-Ram e Baba Binakram appartengono alla categoria Nirvani, ma la tradizione iniziata da Binakhram ha sempre un capofamiglia all’interno della stessa. Tra le più abituali pratiche degli Aghori, vi è quella di strofinare le mani sulla terreno appena alzati la mattina, la terra è la Madre e tale gesto permette all’Aghori di assorbirne parte delle energie, essi recitano i  loro Mantra ogni volta che siedono sul proprio letto, non meditano su nulla ma li ripetono per centinaia e centinaia di volte. In genere gli Aghori cercano di condurre una vita in cui non ci si affanna mai per nulla ma nello stesso tempo cercano di non rimanere in alcun modo inattivi; per acquistare maggiore concentrazione si recano sempre ai campi di cremazione. I luoghi di meditazione prediletti dagli Aghori sono cinque: l’albero di Peeppali (ficus religiosa),  il tappeto di erba Moonj (Saccharum bengalensis) , il letto di una prostituta, il letto della propria moglie ed il campo di cremazione (smashan) dove praticano sadhana shava con i cadaveri. Normalmente gli Aghori indossano un vestito di lino rosso che sta ad indicare l’energia creativa femminile ma durante i periodi di intense pratiche spirituali indossano un vestito blu o nero per far si che li protegga dalle energie che potrebbero ostacolarli. Trasceso il periodo di intenso tapas, agli Aghori è consigliato indossare vestiti bianchi che rappresentano la coscienza purificata. In determinate occasioni essi praticano il rituale del Panchamakara, noto anche come “Cerimonia delle cinque M”, che consiste nell’utilizzo di Matsya, (pesce) Mamsa, (carne) Madya,(alcool) Mudra,(cereali) e Maithuna (amplesso).

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Tale rituale è un atto di culto molto importante ed è preceduto da un lungo periodo di astinenza.

I partecipanti si riuniscono tutti in un luogo prestabilito e adibito alla cerimonia; si dice che i preliminari di tale rito consistano nell’assunzione di grosse quantità di hashish e di varie droghe allucinogene. Successivamente i partecipanti si dispongono tutti in circolo seduti per terra, uomo e donna alternati ed ogni donna siede alla sinistra dell’uomo che sarà poi il suo partner sessuale.

La cerimonia è condotta da un sacerdote posto al centro del cerchio con una donna nuda alla sua sinistra; durante tutta la durata del rituale, la donna al centro del cerchio sarà considerata di fondamentale importanza; particolare risalto è dato alla sua vulva (yoni), che rappresenta il potere creativo del Cosmo ed è dischiusa all’attenzione principale di tutti i presenti.

Se è vero che per chi pratica questo genere di percorsi spirituali tutte le donne sono manifestazione di Shakti, è anche vero che per gli officianti al rito del Panchamakara, colei che siede alla sinistra del sacerdote è da considerarsi la vera e propria incarnazione della Dea per tutta la durata della cerimonia. Dopo che la vulva è stata adeguatamente onorata con carezze, olii ed essenze profumate, il sacerdote versa acqua, latte e vino su tutto il corpo della donna ripetendo ad alta voce alcuni Mantra; subito dopo ha inizio la prima copulazione, quella tra il sacerdote (che incarna temporaneamente Shiva) e la donna (Shakti) mentre il resto della congregazione osserva lo svolgersi del coito sacro che rimanda all’unione delle due polarità dell’Assoluto: la Coscienza e la Potenza.

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Se la donna che incarna la Dea è anch’essa iniziata al Vama Marg, ella durante il coito onorerà il sacerdote ed il suo fallo (lingam) come il divino Shiva; tuttavia, molto spesso le donne scelte per questo genere di rituali sono prostitute prese dalla strada e “usate” per la cerimonia; talvolta si cerca di proposito la donna del livello più “infimo”(volendola definire in base ai canoni della società induista) e se ha anche qualche legame di parentela con il partner il rituale risulterà ancora più efficace; più vi è incompatibilità per un accoppiamento dal punto di vista sociale tra l’uomo e la donna che si apprestano a compiere il Maithuna, più accresce l’efficacia rituale dell’amplesso. Il sacerdote che copula nel cerchio con sua moglie compie un rito quasi o del tutto inutile, se si tratta della moglie di uno dei presenti, di una parente, di una donna di casta nettamente lontana dalla sua, allora l’unione sessuale ha una notevole utilità rituale. Dopo la copulazione iniziale del sacerdote e della sacerdotessa, i componenti del cerchio iniziano a consumare il pesce, la carne, i cereali ed il vino fino a quando tutti gli officianti non giungono ad uno stato in cui “esplode”l’amplesso generale. Durante il rito del Panchamakara, tutti i partecipanti (se iniziati al Vama Marg)  pensano al proprio o alla propria partner come Dio in carne ed ossa, nelle loro menti è con Dio che copulano, vivendo l’esperienza dell’Unicità del Tutto, della non dualità, dell’abbraccio mistico di  Shiva e Shakti che sono in realtà una cosa sola. Esistono comunque molti altri tipi di discipline rituali, la maggior parte delle quali sono coperte da assoluta segretezza e vengono trasmesse solo ed esclusivamente da discepolo a maestro. Ad ogni modo è l’intera vita di un asceta a dover essere considerata un unico grande rituale. In qualsiasi momento del giorno e della notte, l’Aghori è continuamente partecipe della sacra azione del volto infuocato di Shiva, le cui eterne fiamme ardenti purificano chi rinuncia alle illusioni dell’ego e bruciano chi nell’ego incatena la propria esistenza.

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